«Non è una licenza di uccidere lupi»

L’avvocato Chiara Tosi
L’avvocato Chiara Tosi
Vittorio Zambaldo 18.07.2019

Calma e gesso fra ambientalisti e animalisti all’annuncio che la Corte costituzionale ha respinto il ricorso del ministro dell’Ambiente Sergio Costa, dando di fatto piena libertà alle Provincie autonome di Trento e Bolzano, che lo scorso anno avevano deliberato sulla materia, di poter intervenire nei confronti di lupi e orsi con la cattura e anche l’uccisione se si saranno dimostrati inefficaci altri metodi incruenti e non esista un’altra soluzione valida e ancora che il prelievo non pregiudichi il mantenimento, in uno stato di conservazione soddisfacente, della popolazione della specie interessata nella sua area di ripartizione naturale. Devono ovviamente ricorrere le condizioni che i grandi predatori abbiamo messo a serio rischio le colture, l’allevamento, la sicurezza pubblica e la decisione deve essere presa sentito il parere dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ente pubblico di ricerca sottoposto alla vigilanza del ministero dell’Ambiente. «Le sentenze vanno lette nelle loro motivazioni che ancora non conosciamo, perché è uscito solo un comunicato stampa della Consulta, ma per quanto emerso finora, non è certo una licenza di uccidere», esordisce Chiara Tosi, avvocato, coordinatrice regionale di Lipu (Lega italiana protezione uccelli), rappresentante delle associazioni ambientaliste e animaliste nel Parco della Lessinia e neo presidente della Consulta per il benessere degli animali al Comune di Verona. CERTO LA SENTENZA dirime una questione di diritto di legittimità procedurale fra enti locali e Stato, ma non si può negare che abbia effetto, quanto meno psicologico, su quanti da tempo chiedono che si legiferi in materia anche nelle altre Regioni. «I cacciatori non pensino di cantare vittoria solo perché la Consulta ha indicato quali siano le procedure da seguire. Una volta chiarito che Trento e Bolzano potranno essere autonome nelle decisioni, non significa che non debbano seguire le prescrizioni previste a livello nazionale ed europeo in materia di grandi carnivori», ribadisce Tosi, ricordando che «allo stato attuale in Veneto non esiste una legge come quella delle due Provincie, anche perché il relatore che la doveva presentare lo scorso gennaio in aula non si è proprio visto». MA È NEL TORTO allora chi, come il consigliere regionale Stefano Valdegamberi, invoca lo stesso trattamento per il Veneto o ipotizza d’ora in avanti grave inadempienza del ministro Costa per la mancata applicazione su tutto il territorio nazionale della direttiva Habitat, che prevede le stesse cose delle due leggi approvate dalla Province autonome? «Mi sembra un ragionamento pretestuoso: siamo in infrazione per l'Europa su tantissimi argomenti, ma solo quello che ci fa comodo diventa tema di battaglia politica per parlare di inadempienze. Il ministro fa il suo mestiere e quello che accade in una Provincia autonoma a statuto speciale è diverso da quello che riguarda il resto del territorio. Allo stato attuale una legge regionale che autorizzi la cattura e l’abbattimento dei grandi carnivori non c’è: valuteremo quando sarà presentata. Per il momento faremo opposizione ferma a ogni ipotesi del genere, fintantoché non si approvi e non si applichi il Piano nazionale di conservazione e gestione del lupo. La soluzione possibile è mettersi al tavolo e ragionare, rispettando le regole, da una parte e dall’altra», conclude Tosi. È in sintonia con lei Lorenzo Albi, vicepresidente di Legambiente Verona: «Le leggi di Trento e Bolzano dicono quello che già è ribadito nel piano: intervieni solo quando hai seguito tutte le procedure previste. Io non ci leggo nessuna discrezionalità di poter catturare, detenere o uccidere senza rispetto dei passaggi che sono scritti. La sentenza va rispettata ed eseguita. Piuttosto non capisco voler cavalcare gli abbattimenti come soluzione al problema. È un ragionamento mediocre perché qualsiasi esperto faunista e biologo ribadisce che ogni animale ucciso viene sostituito da altri. L'esempio dei cinghiali mi sembra calzi benissimo al caso», sostiene Albi. Ricorda come gli abbattimenti non abbiano affatto diminuito il numero di questi ungulati, «anche perché i cacciatori dovrebbero mirare a femmine giovani o primipare, prede non interessanti per il loro carniere. Quindi il problema va ovviamente affrontato diversamente, evitando di soddisfare certe voglie e indirizzando il controllo con un programma scientifico che eviti l’invasione. Il problema sappiamo tutti, a partire dagli allevatori, che c’è ed è serio, ma non è così che si risolve», conclude Albi, ribadendo che la miglior dissuasione alle predazioni è la presenza umana con gli animali al pascolo, assistita da cani e recinti. • © RIPRODUZIONE RISERVATA