La Lessinia: «Maledetto quell'8 marzo di sole. Il virus? Ferita che non si rimarginerà»

Luigi Grimaldi 06.04.2020

Michele Melotti pattuglia le strade d’accesso al paese. È uno dei due agenti di polizia locale che fa servizio a Roverè. In località Garonzi è lui la prima anima viva che si vede lungo chilometri e chilometri, dopo la salita che di solito la domenica brulica di ciclisti. Proprio Melotti, pochi giorni fa, ne ha trovati due che si cimentavano in una scalata stile Pantani nel territorio che vigila. Si sono giustificati dicendo che non sapevano nulla dei divieti. Multa e punto. Il sindaco Alessandra Caterina Ravelli e il suo vice Loris Corradi scuotono la testa. «Comunque, è soltanto un episodio. È niente rispetto a quanto è invece accaduto l’8 marzo».

 

DOMENICA MALEDETTA. Quel giorno c’era il sole. La Lessinia fu presa d’assalto come non mai. «Sembrava di essere tornati ai tempi d’oro, quando le piste da sci erano aperte», dice il sindaco di Roverè. Un’invasione. «I gestori di locali pubblici, rifugi, ristoranti o bar, non riuscivano a far rispettare le distanze», racconta Ravelli. «Sono volate offese verso di loro, lanciate dai clienti che volevano essere serviti. Il giorno dopo, gli stessi gestori si sono riuniti a Bosco Chiesanuova e hanno deciso di chiudere». Racconta la stessa storia Nadia Maschi, sindaco di Cerro: «Quella domenica è stata tremenda. C’era la strada con un fila continua di auto che salivano verso le montagne. Un assalto pazzesco. Io penso che tanti danni da contagi siano partiti anche da lì». Ed è la stessa ipotesi che fa Claudio Melotti, sindaco di Bosco Chiesanuova, paese che ha 19 contagiati rispetto ai tre o quattro a testa di Cero e Roverè: «Poiché i casi positivi qui sono a macchia di leopardo, cioè non collegati tra loro, penso che si sia trattato di persone che sono venute a contatto anche quella domenica con altri positivi perché stavano lavorando o hanno frequentato luoghi molto affollati».

 

Nadia Maschi, sindaco di Cerro Veronese FOTO PECORAIl sindaco Alesssandra Caterina Ravelli e il suo vice Loris Corradi nel centro deserto di RoverèClaudio Melotti, sindaco di Bosco Chiesanuova

 

ZERO MINACCE. Se c’è qualcosa che rende più facile ai sindaci la gestione dell’obbligo di restare in casa in questi paradisi delle montagne, è la disciplina dei residenti. Così, non c’è bisogno di inasprire i provvedimenti o minacciare di farlo. «Io pensavo che avremmo avuto problemi con gli adolescenti», spiega Maschi. «Invece, si stanno comportando anche loro in maniera eccezionale». Pure i duemila abitanti di Roverè non si muovono da casa. Sono disseminati su 36 chilometri quadrati di territorio, poca roba rispetto ad altri comuni. Centocinquanta vivono nella frazione di San Francesco, 850 in centro, 300 a San Vitale e altri 800 a San Rocco di Piegara. «Hanno capito la gravità della situazione», spiega il sindaco Ravelli.

 

IL TEST POVERTÀ. E oggi, questi primi cittadini, come altri loro colleghi delle comunità montane più piccole del Veronese, sono chiamati a sostenere una prova importante: le domande per i buoni spesa. «Soltanto così», dice Maschi, «possiamo renderci conto se ci sono famiglie che stanno soffrendo economicamente».

 

Nadia Maschi, sindaco di Cerro Veronese FOTO PECORAIl sindaco Alesssandra Caterina Ravelli e il suo vice Loris Corradi nel centro deserto di RoverèClaudio Melotti, sindaco di Bosco Chiesanuova

«Già», aggiunge Melotti di Bosco, «ma va detto anche che i “montanari” fanno fatica a chiedere, hanno vergogna. Per questo motivo, ogni sera, con i miei 1.600 collegati sui social, invito sempre a non farsi prendere da questa sensazione, perché può capitare a tutti di trovarsi in momenti difficili sul piano economico». REDDITO AL RIBASSO. I tre paesi in totale raggiungono meno di diecimila abitanti. Bosco è il più grande. «Qui si vive molto di turismo», spiega Melotti. «E in questo momento, non abbiamo idea di quanto possano essere le perdite legate al blocco totale».

 

Nadia Maschi, sindaco di Cerro Veronese FOTO PECORAIl sindaco Alesssandra Caterina Ravelli e il suo vice Loris Corradi nel centro deserto di RoverèClaudio Melotti, sindaco di Bosco Chiesanuova

 

Azzardano invece qualche percentuale Ravelli e Corradi: «Un buon 30 per cento del reddito a Roverè arriva da lì, dal turismo». La fortuna è che il forno Bonomi stia continuando a lavorare, dando così occupazione ai propri dipendenti, e che anche altre attività, come i caseifici, non si sono fermate- «Ma i piccoli artigiani hanno dovuto chiudere», racconta Maschi di Cerro. «L’unico lavoro pubblico che avanza è la posa della fibra ottica. Il resto, è tutto fermo».

 

LE SECONDE CASE. Nessuna fuga da Verona, raccontano i sindaci. Non hanno assistito a fenomeni di trasferimento di massa negli immobili su colline e montagne. «Non è questo il problema», dicono. «Anche se le regole non sono del tutto chiare». C’è chi sostiene che bisogna stare dove è elevata la residenza, chi, invece, che pensa che sia possibile vivere anche nel domicilio, purché non sia stato raggiunto dopo il primo decreto Conte. «Ma anche qui a Bosco», conferma Melotti, «non ci sono state aperture delle seconde case. Ce ne saremmo accorti».

 

LE VIE D’USCITA. Un piano in queste piccole ma trascinanti realtà economiche del Veronese non c’è ancora per il giorno della ripresa. «Ma ne parliamo», assicura Ravelli. «Cerchiamo di immaginare come potremmo riprendere le attività, anche se in maniera ridotta». «Noi dovremo fare un intervento sul bilancio», annuncia Maschi. «È inevitabile che, oltre ai soldi che arriveranno dal governo, il Comune faccia la sua parte per far ripartire Cerro». Melotti s’affida più alla capacità dei suoi concittadini. Imprenditore dell’edilizia con i cantieri bloccati nella zona del Garda, il sindaco di Bosco è convinto che in queste aree c’è un marcia in più: «Qui il lavoro non mancava prima della crisi da coronavirus. Ed è necessario riprenderlo appena possibile anche per una questione di salute mentale, psicologica».

 

PAURE E CONTAGI. Il primo pensiero dei sidsaci, ogni giorno, è rivolto alle condizioni di salute dei propri concittadini. «Ma la privacy non ci sta aiutando», dice Maschi. Ravelli è convinta che le informazioni siano carenti e non complete. «Facciamo come possiamo. Ogni giorno ci confrontiamo tutti in chat con il presidente della Provincia e cerchiamo di capire come evolve la situazione». Maschi riporta anche i timori di qualche suo collega: «Non vorremmo poi trovarci sotto processo per qualcosa che non abbiamo pensato di fare prima. Speriamo di no». Ma la ferita che fa più male, oggi, è il senso d’impotenza di fronte ai morti da coronavirus. Melotti abbassa la testa, si commuove e una piccola lacrima gli solca il viso e si ferma sulla mascherina. «Qui a Bosco il virus si è presentato con due morti nel giro di 24 ore. È stato pesante. Erano amici, persone care». «Sì», ricorda anche Maschi. «Difficili sono stati i momenti dei funerali, quando non è stato possibile dare l’ultimo saluto a gente che ha dato tanto per il nostro paese perché le celebrazioni erano vietate. Ci resterà questo nel cuore. Una ferita profonda che non andrà mai via». • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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