Anarchico davanti al giudice Si indaga su altri plichi esplosivi

L’interno della casa di Giuseppe Sciacca a Contrada Foldruna a Cerro Veronese
L’interno della casa di Giuseppe Sciacca a Contrada Foldruna a Cerro Veronese
Giampaolo Chavan 30.11.2019

Spuntano altri plichi esplosivi simili a quello attribuito a Giuseppe Sciacca nel capo d’imputazione che ha comportato il suo arresto avvenuto martedì a Cerro. Gli autori non sono stati ancora identificati e, quindi, Sciacca non è indagato per questi episodi. Ma sarà ben difficile se non impossibile che sia lui a rivelare qualche ulteriore dettaglio sugli altri attentati avvenuti ad opera dei movimenti anarco insurrezionalisti di cui, a parere dell’accusa, il quarantenne faceva parte. Ieri, com’era prevedibile, l’indagato si è avvalso della facoltà di non rispondere nell’interrogatorio di garanzia, svoltosi davanti al gip Giuliana Franciosi nel carcere di Montorio. Al termine del colloquio, il quarantenne, originario di Catania, ha fatto rientro nella sua cella che occupa dallo scorso 26 novembre. Sciacca è accusato di «aver fabbricato, detenuto e portato in luogo pubblico», si legge nel capo d’imputazione, «un ordigno esplosivo artigianale collocato in un plico» esplosivo poi inviato alla società Ladisa spa di Torino, «colpevole» di rifornire i Centri di rimpatrio degli immigrati. Le tracce del suo Dna, sostiene il gip torinese Silvia Salvadori, sono state trovate proprio sulle batterie da 9 volt inviata nella busta del tipo Pluriball, recapitata alla società a Roma, peraltro all’indirizzo sbagliato, trattandosi di un’altra azienda. Questi attentati, spiegano gli investigatori, facevano parte dell’azione politico del movimento anarco insurrezionalista di Torino legato al quarantenne ora in carcere Si voleva, infatti, intimidire le aziende che collaboravano con i Centri per i rimpiatri in modo tale da intimidirle e far uscire i migranti destinati ad essere espulsi dal nostro paese. Le aziende, peraltro, erano state individuate in un documento strategico, «redatto e diffuso dai componenti dell’associazione», si legge nell’ordinanza di custodia cautelare, «intitolato «I cieli bruciano», considerato un vero e proprio manifesto programmatico delle finalità degli anarchici sottoposti ad indagine». E tra gli obiettivi indicati in questo «dossier» c’era proprio la «Ladisa spa», alla quale era stato inviato l’ordigno l’otto marzo di due anni fa. Gli investigatori della Digos legano questo attentato a quello avvenuto una ventina di giorni prima. Il 25 febbraio, infatti, era stato recapitato un altro plico esplosivo all’Igeam srl a Ravenna, inserita nel documento degli anarco insurrezionalisti. Si trattava di un pacco che risulta essere stato spedito il 19 febbraio 2016 da Padova, quindi, «una città veneta molto vicina al luogo di residenza di Sciacca», è il rilievo del gip di Torino. Si tratta, comunque, di elementi che potrebbero aggravare la posizione di Sciacca, fino ad oggi accusato solo per il plico esplosivo, inviato alla società di Torino. «Le caratteristiche dei due plichi, inviati il 19 febbraio e il 16 marzo di tre anni fa,» riporta ancora l’ordinanza del tribunale di Torino, «erano le stesse così com’erano simili quelle di tutti gli altri pacchi inviati ad «imprese nemiche» dell’associazione sovversiva». In particolare, viene evidenziato nell’ordinanza, «l’attivazione dell’ordigno sarebbe avvenuta con l’apertura della busta Pluriball (la stessa usata per l’attentato attribuito a Sciacca ndr)». In più tutti questi plichi erano stati inviati «per corrispondenza ordinaria non tracciabile». Dei tredici attentati attribuiti al gruppo di antagonisti e commessi a Bologna, Torino, Roma, Ravenna e Bari tra il 2015 e il 2016, l’unico ad essere individuato come autore di uno di questi plichi è proprio Stefano Sciacca. Le indagini della Digos continuano, quindi, per far piena luce su tutte le azioni anti Cie e non è escluso che vengano presto individuati altri responsabili. •

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