Dona il rene alla moglie. «Quel che si riceve è più di quel che si perde»

Katia Ferraro 20.11.2019

Da mercoledì scorso Marco e Monica sono ancora più uniti, perché la scelta che ha iniziato a farsi strada ventuno anni fa, alla scoperta della malformazione renale congenita di Monica, è diventata realtà: Marco ha donato a sua moglie un rene, permettendole di evitare il ricorso alla dialisi e lo sconvolgimento delle abitudini di vita che avrebbe comportato. Marco Lucchini, 60 anni, e Monica Beghini, 50, sono nati e tutt’ora vivono a Lazise, dove portano avanti l’attività ricettiva di famiglia.

 

Marco Lucchini abbraccia la moglie Monica Beghini FOTO  MARCHIORI

Lì incontriamo al Polo Confortini dell’ospedale di Borgo Trento di Verona con il dottor Luigino Boschiero (nella foto), responsabile del Centro trapianti renali e a capo dell’equipe chirurgica che ha eseguito l’intervento durato circa sette ore. A distanza di una settimana Marco è pronto a tornare a casa, mentre Monica dovrà rimanere ancora qualche giorno in ospedale.

«Sto bene», dice lei, spiegando che l’operazione è stata molto meno dolorosa di quella cui è stata sottoposta vent’anni fa per risolvere la malformazione congenita che nel frattempo le aveva già causato l’insufficienza renale cronica. Racconta che già allora, era il 1998, Marco le disse di non preoccuparsi, che al momento del bisogno sarebbe stato pronto a donarle un rene. Erano sposati da dieci anni ed erano diventati genitori di Alessandro, che definiscono un miracolo perché dopo la scoperta dell’insufficienza renale i medici sconsigliarono altre gravidanze.

«Marco è la generosità in persona», prosegue Monica, «certo è una scelta difficile perché da parte di chi riceve c’è la paura di mettere in condizioni critiche chi ti fa un regalo così grande, però quando intraprendi questa strada e ti spiegano che le cose potranno solo migliorare vince l’ottimismo». Il loro percorso verso il trapianto è iniziato lo scorso febbraio con i primi test di compatibilità, conclusi a fine agosto quando è arrivata la bella notizia che attendevano: la donazione era possibile. «Avevo maturato questa decisione da tempo», conferma Marco, «adesso mi sento pieno di gioia per lei, perché ha fatto una vita di rinunce e ora spero ne inizi una nuova». Rinunce legate a una dieta ferrea per evitare di aggravare l’insufficienza renale o all’impossibilità di prendere alcuni farmaci anche solo per curare una banale influenza, senza contare le complicazioni dovute alle ricorrenti infezioni, ai cicli antibiotici e all’impossibilità di fare eccessivi sforzi. Sostenitore della donazione degli organi testimoniata anche attraverso l’adesione all’Aido, Marco si rivolge ad altre famiglie o persone che stanno vivendo le stesse difficoltà accompagnate da timori di fare la scelta sbagliata: «Non bisogna avere paura, la donazione è un momento di crescita e di cambiamento, ma come in altri ambiti è più ciò che si riceve di ciò che si perde». Quindi annuncia un impegno: «Se in passato ho rappresentato delle categorie economiche (fino allo scorso marzo è stato presidente di Federalberghi Garda Veneto, ndr), ora voglio promuovere la cultura della donazione degli organi a partire dal rispetto del proprio corpo conducendo uno stile di vita sano».

Il loro è l’ultimo dei circa 300 trapianti di rene effettuati dall’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona: il primo, che fu anche il primo del Veneto e il secondo in Italia, fu compiuto il 29 novembre 1968 dal professor Pietro Confortini. Quest’anno a Verona, spiega il dottor Luigino Boschiero, sono stati eseguiti 16 trapianti di rene da vivente, di cui 12 tra consanguinei e 4 tra non consanguinei come nel caso di Marco e Monica. Sebbene la donazione da vivente non sia più una novità, i dati mostrano ancora reticenza nell’accettarla. «Nel 2018 in Italia i trapianti di rene da donatore deceduto sono stati 2.117, mentre da donatore vivente 287, poco più del 13 per cento del totale», osserva Boschiero, ritenendo «ottimale una percentuale del 25-30 per cento come nei Paesi del nord Europa». •

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