Miriam, il sole fuori dall’anoressia

Miriam Gini oggi su un pontile al sole. «Guarire è troppo bello perché si può» scrive sui social
Miriam Gini oggi su un pontile al sole. «Guarire è troppo bello perché si può» scrive sui social
Maria Vittoria Adami 02.12.2019

I ricci marroni indeboliti dalla pioggia novembrina, gli occhi color caffè, le guance abbronzate che si pizzica: «Me le sono guadagnate».

Miriam Gini, 25 anni, di San Bonifacio, arriva nella nostra redazione con l’amica Federica («Mi è sempre stata vicina») per chiederci di diffondere il suo messaggio. Uscita dall’abisso dell’anoressia oggi vuole dire alle ragazze che sono in fondo a quel buco nero scavato dalla loro volontà: «C’è una luce, anche quando sembra tutto buio, seguitela».

È il suo messaggio di «rinascita», come lo chiama. La rinascita alla vita che ha avuto il timore di affrontare e contro la quale si è costruita il rifugio della malattia: «So che arrivate a un certo punto vi sembra che non ci sia uscita e che crolli tutto, ma la luce c’è, anche quando non si vede. Potete guarire trovando la forza in voi stesse, ma soprattutto circondandovi di alleati». Come ha fatto lei che ripete oggi l’insegnamento della sua psicologa: «La forza nella malattia sta nell’affidarsi e nel saper fidarsi». Miriam si è diplomata all’Accademia di belle arti di Verona. Ama dipingere e leggere, scrive molto ed è uscita dalla malattia con una nuova aspirazione: lavorare con i disabili. Così si è iscritta a Scienze dell’educazione e nel frattempo lavora per l’associazione Agbd di Marzana che si occupa di bambini e ragazzi con la sindrome di Down e dei loro genitori. Lì ha trovato il suo posto e riversa tutto il bene e l’aiuto che ha ricevuto, animata dalla spinta della sua rinascita. La sua storia inizia nel 2012. «A 18 anni. Avevo un problema con i ragazzi. Sentivo di non piacere loro. Questo andava a sommarsi a un malessere emotivo. Trascorrevo sere di rabbia, mi graffiavo il viso allo specchio. Non mi piacevo. Poi ho iniziato a diminuire il cibo».

 

VERSO L’ABISSO Miriam per carattere ha bisogno di porsi obiettivi che a 18 anni non riesce a vedere, nonostante la scuola che va bene e una famiglia che la ama. Li trova nella malattia che le svela la possibilità di costruirsi un obiettivo dietro l’altro, giorno per giorno: togliere cibo dal piatto, che seziona mentalmente; perdere peso; aumentare le ore di cyclette. Soprattutto l’anoressia dà a Miriam «l’occasione di mostrare qualcosa»: «Con la malattia potevo creare qualcosa. “Non mi vedete? Ora vi mostro io qualcosa, vi mostrerò le mie ossa”, pensavo. Volevo creare il mio capolavoro: creare un corpo che gli altri notassero». A settembre Miriam comincia a perdere chili: da 53 a 42 in tre mesi. I genitori si rivolgono a uno psicologo: «Ma la malattia era dentro di me. Lo psicologo lavorava per portare fuori le mie qualità e a me non interessava. Volevo solo perdere peso». Con caparbietà e sacrificio: «Non è vero che non si ha fame. Hai voglia di mangiare. Ma ti imponi di non farlo. Vuoi sparire e diventare piccola, ma anche essere visibile perché ti piace che le persone abbiano pena di te». Dopo sei mesi Miriam pesa 37 chili. È stanca, senza forze, la pressione è al collasso e a dicembre viene ricoverata. «Ero assistita con la flebo. Mi sentivo in colpa per le preoccupazioni che davo ai miei genitori, ma non era un incentivo sufficiente: era più forte la gratificazione di portare avanti la lotta. Quando qualcuno mi diceva che rischiavo la vita per me era una soddisfazione». «Anche pelle e ossa», spiega Miriam, «in quei momenti allo specchio ti vedi enorme. Solo in ospedale per la prima volta ho notato il viso un po’ scavato, ma mi vedevo cosce e gambe grandi, mi faceva schifo toccarle». Miriam passa una decina di giorni in ospedale. Poi torna a casa, lascia la scuola, lo psicologo non basta e i genitori contattano una struttura nel Vicentino. «Stavo a casa tutto il giorno, ero leggera e mi sentivo pesante. Andavo a letto e sognavo la pizza, la pasta, ma poi rientrava il controllo della testa. Focalizzavo il piatto sezionandolo e vedevo a mente quello che avevo o non avevo mangiato. Temevo di aver assunto troppo cibo». Marzo 2013, 32 chili. Si libera un posto in struttura dove Miriam inizia un percorso articolato sull’alimentazione, e psicologico e farmacologico.

 

LENTO RISALIRE «Solo lì ho sentito che non potevo continuare. Anche se non era facile con altre ragazze anoressiche: nessuna vuole guarire e si innescano rivalità. Ma lì ho capito che in me c’erano due Miriam: quella della malattia e quella che voleva guarire. All’inizio ho odiato la nuova voce. Ero gelosa della malattia, mi vedevo enorme, mi guardavo in ascensore, odiavo le clavicole e le coprivo con una sciarpa. Ma ho iniziato a circondarmi di alleati giusti». Ed ecco l’inizio della rinascita: «All’inizio sembra impossibile perché affidi a qualcun altro la possibilità di scalfire la tua malattia, che tu hai costruito. Affidi le tue angosce a chi le condivide con te. I miei genitori e mia sorella mi sono stati accanto. Spesso si accusa la famiglia che in realtà è un grande alleato e ringrazierò sempre la mia». Miriam resta in struttura sei mesi. Il difficile viene dopo. Per due anni è seguita a livello ambulatoriale da dietista, psicologa e psichiatra. «Ne sono uscita a 48 chili, anche se avevo ancora qualche fissa. Ma anche la consapevolezza che tornare indietro voleva dire perdere tutto di nuovo. Poi è scattato qualcosa dentro all’improvviso. Non sono più andata in ambulatorio e ho camminato da sola. Un anno dopo ho voluto tornare dalla mia psicologa della struttura che vedo tuttora. Le parlo delle mie fragilità». A volte quando mangia oggi Miriam pensa se si sta gustando troppo la vita e teme che la malattia ritorni. «Ma ricaccio il pensiero e vado dai miei alleati». Soprattutto ora sa dare una definizione lucida a ciò che le è accaduto. «La malattia era un’arma perché non riuscivo a controllare la vita attorno, non riuscivo a viverla, ero solo studio e casa, non riuscivo a vivere il qui e ora e vedevo gli altri farlo. Oggi so che è una malattia e va curata e posso dire che si può vedere la luce e che non si deve toccare per forza il fondo per vederla. Io odiavo la vita, ma allo stesso tempo la volevo vivere. Questa forse è stata la leva. Oggi quando vedo una ragazza anoressica vorrei prenderla per mano e dirle che può stare bene e crearsi una quotidianità, che ci vuole tempo e che il primo percorso può non essere quello giusto, ma non per questo deve abbattersi. Ai genitori direi di non legare i figli alla tavola, perché non serve».

 

VIVERE È NEL MONDO Oggi Miriam ha le sue insicurezze, ma è anche consapevole che se torna indietro perderà il tempo prezioso che con forza si è ripresa: «Queste guance me le sono guadagnate e la vita è perfetta nelle nostre imperfezioni. Abbiamo tutti il nostro valore e io valgo perché sono io». Questa è la sua forza animata anche dal voler dedicarsi agli altri: «Vorrei fare l’educatrice per disabili. Aiutare l’altro mi riempie il cuore». E ha trovato un ragazzo: «Mi fa scoprire il mondo. Essere guariti vuol dire essere nel mondo, stare nelle emozioni. Viverla questa vita. E se al fianco hai persone giuste - lui, la famiglia, gli amici - tutto ha un sapore diverso. Spero qualcuno legga la mia storia», conclude: «Non per dare rimedi ma per dire a chi è nel buio che può guarire». •

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