«Esco di casa per lavorare
e mi danno dell’untrice»

Il pronto soccorso dell’ospedale di San Bonifacio dove lavora il marito della dirigente del Comune
Il pronto soccorso dell’ospedale di San Bonifacio dove lavora il marito della dirigente del Comune
Paola Dalli Cani27.03.2020

Vai a lavorare? «Metti a rischio la salute dei condomini!». Se poi tuo marito è infermiere di pronto soccorso, «è ancora peggio!». Così ieri mattina è stata apostrofata da una coppia di coniugi Silvia Visentin, capo ufficio anagrafe del Comune di San Bonifacio, che abita a Roncà così come racconta la stessa madre di famiglia.

 

La donna, componente anche del Centro operativo comunale (Coc) di San Bonifacio, da inizio emergenza è praticamente sempre andata al lavoro e come lei ha fatto il marito, infermiere al pronto soccorso dell'ospedale «Fracastoro» di San Bonifacio: hanno quattro figli, uno stabilmente dai nonni, la più grandicella a casa e, quando i turni li portano fuori casa entrambi, le piccole di 3 e 6 anni vanno dalla zia, a casa dal lavoro, che abita pure a Roncà.

 

«Ieri mattina, arrivata a casa sua con le piccole», racconta la donna, «sono stata aggredita verbalmente da alcuni suoi vicini e accusata di costituire un pericolo per la salute dei condomini coi miei via-vai, così hanno detto», racconta Visentin. I toni, stando al suo racconto, si sono scaldati ulteriormente quando nella discussione la cognata ha difeso il fratello spiegando che pure lui lavora e lavora al fronte, cioè al pronto soccorso del «Fracastoro».

 

La risposta dei vicini l’ha a quel punto gelata: «Ancora peggio! Ancora più esposti! hanno detto, ed io sono rimasta impietrita. Una delle bambine è scoppiata a piangere e me ne sono andata portandola con me». La donna spiega che in caso di bisogno «tratto le bambine come la spesa, perché le lascio sulla porta all’andata e così le recupero al ritorno. Non un minuto di più», spiega.

 

L'accaduto l'ha segnalato ieri mattina al sindaco Lorenzo Ruggeroni e ne ha parlato anche con Giampaolo Provoli, sindaco di San Bonifacio e suo datore di lavoro. «Non lo dico per me che non sono certo un’eroina ma per tutti quelli che con spirito solidale e di servizio continuano ad impegnarsi per garantire i servizi essenziali.

 

Adottiamo tutte le precauzioni del caso ma sappiamo che rischiamo sulla nostra pelle e da fuori non si intuiscono le sofferenze ed i sacrifici che facciamo per lavorare nonostante tutto», si sfoga Visentin. Corre col pensiero ai casi di medici ed infermieri minacciati in giro per l'Italia quando tornano a casa, «veniamo quasi additati ma non mi torna il conto se penso all’Italia che fa il tifo per medici, infermieri, operatori socio sanitari, cassiere di supermercato, medici di base, forze dell’ordine che ogni mattina devono trovare il coraggio di uscire di casa».

 

Ruggeroni si dice amareggiato per l’accaduto, «sono discussioni che fanno male ma c’è la paura di mezzo. Mi sento di invitare tutti a comprendere le reciproche posizioni senza perdere di vita l’obiettivo comune». Dispiaciuto è anche Provoli: «Spiace moltissimo, per la lavoratrice che in questa emergenza ha davvero un ruolo cruciale ma soprattutto per le bambine: non credo sia stato bello, per loro, essersi sentite incomprensibilmente rifiutate». •