Attività milionaria uccisa da guerra e burocrazia

Vittorio Zambaldo29.06.2020

Bloccati dalla guerra, bloccati dal coronavirus, ma soprattutto bloccati da una burocrazia assurda che impedisce a sei cittadini libici di tornare in possesso del loro denaro depositato in un istituto di credito italiano e necessario all’attività di import/export di cui sono titolari. Per le difficili condizioni politiche che sta attraversando la Libia in questo momento chiedono l’anonimato, ma non si nasconde Pietro Tosi, tregnaghese che da decenni esporta in Libia merce italiana. Da titolare di Piza (Prodotti italiani zone arabe) faceva ottimi affari con la Libia di Ghedaffi, trasferendo sull’altra sponda del Mediterraneo arredamento e materiale da costruzione. Ultimamente i suoi interessi si erano concentrati sulla frutta e sui mangimi, esportandone migliaia di tonnellate. Diverse spedizioni sono partite dal Belgio, dal porto di Ghent, non trovando in Italia un porto adatto a caricare oltre 2000 tonnellate di mangime. «Partivano dieci container al mese di mele fra ottobre e dicembre dal Veronese, contribuendo a risollevare il prezzo di mercato di questo frutto, finché non si è messa di traverso la burocrazia», racconta Tosi. La storia non è semplice e ha dei risvolti grotteschi. Credem (Credito Emiliano) gestiva un conto corrente dei soci libici qui in Italia che garantiva la società di Tosi quando doveva organizzare gli acquisti e l'esportazione. Poi è arrivata la guerra e dal 2010 i soci libici non hanno più potuto uscire dal paese. Nel 2016 improvvisamente Credem ha sospeso l’invio a Tosi, che era loro procuratore in Italia, degli estratti conto dei clienti libici, con la motivazione che lui non aveva titolo per operare. A quel punto i clienti libici hanno chiesto più volte il trasferimento dei propri soldi ma non hanno mai ricevuto risposta. Ad agosto 2018 riuscendo finalmente ad avere il visto, si sono presentati a Verona per andare di persona a ritirare i soldi in banca, ma la risposta di Credem alle loro facce allibite è stata che non c’era alcun conto aperto a loro nome. Sparito perché i libici, invitati a compilare la documentazione del Mifid (acronimo per Markets in Financial Instruments Directive, direttiva europea sui servizi finanziari), non l’avevano fatto. In realtà l’invito che sarebbe dovuto arrivare in Libia per avvertirli della necessità della compilazione, non era neppure mai partito dall’Italia, tant’è che Poste Italiane, aveva comunicato alla banca che la raccomandata, a causa della guerra, non poteva essere recapitata e veniva rispedita al mittente. I soci libici, nei dieci giorni che sono rimasti in Italia, ospiti di Tosi, avevano nel frattempo fatto ordinativi per 230mila euro di mele e 700mila euro di mangime da far arrivare in Libia, operazione che si sarebbe dovuta ripetere ogni sei mesi e che invece non partì mai perché la banca ha continuato a trovare cavilli. Credem asserisce che i soldi sono liberi e a disposizione dei clienti, ma continua a sollevare incomprensibili problemi: a dicembre 2018 è stata presentata la procura a operare a uno dei soci (su testo predisposto da Credem), ma non è stata accettata perché priva della «apostille» vidimazione del Consolato italiano in Libia sugli atti che devono avere validità internazionale. Ma lo stesso Consolato aveva confermato che dal 2017 che non applicava più «apostille». Successivamente Credem ha accettato di liquidare i titolari del conto con un assegno individuale, ma a causa della guerra in Libia nessuna banca dell’Unione Europea è autorizzata ad aprire un conto corrente a un cliente libico. Nel frattempo, con queste lungaggini, ai soci libici sono scaduti i passaporti per poter entrare in Italia a ritirare i loro soldi. E qui è un’altra odissea ancora non conclusa: loro sono tutti di Bengasi, dove non c’è il Consolato italiano. Non possono ovviamente andare a Tripoli se non a rischio della propria vita a causa della guerra fra Cirenaica e Tripolitania. Potrebbero andare a Tunisi, ma il Consolato di Tunisi ha già fatto sapere che non rilascia visti ai non residenti in Tunisia. Nel frattempo il generale Haftar si è dichiarato presidente della Libia e questo fatto impedisce ai libici residenti a Bengasi di arrivare a Tripoli per ottenere il visto per l’Italia. •