Valeria, 30 anni fa il trapianto di cuore che l'ha fatta nascere una seconda volta

Camilla Ferro31.07.2020

«Come respiro bene, adesso, papà...». Sono state le prime parole della piccola Valeria, al risveglio dall’anestesia dopo il trapianto di cuore. «Mi entra tutta l’aria, non faccio più fatica, mamma è bellissimo». Trent’anni fa, il 30 luglio del 1990, aveva 13 anni. «La mia cardiomiopatia dilatativa congenita era peggiorata, avevo bisogno in fretta di un cuore nuovo», si emoziona ogni volta che racconta, «anche se ero poco più che una bambina capivo tutto, sapevo che sarei potuta morire e pregavo tutti i giorni perchè arrivasse la bella notizia. Quando quella mattina i dottori sono venuti a dirmi “niente colazione, ti prepariamo, si va in sala operatoria, è arrivato il tuo cuore nuovo“ non ho avuto paura, anzi, ero felice, ho pianto lacrime di sollievo, ero sicura che ce l’avrei fatta, che da quel giorno avrei avuto una vita quasi normale, certamente migliore di quella vissuta fino a lì». Sorride: «Ed è così da 30 anni, sto bene e proprio per questo voglio festeggiare il mio secondo compleanno con chi mi ha permesso di arrivarci: devo tutto ai medici che da allora mi seguono e ai miei genitori, la mia vera forza, quella che mi ha aiutata nell’affrontare questo percorso difficile, doloroso, pieno di incognite, convincendomi che ce l’avrei fatta. Se non avessi avuto loro a darmi coraggio e fiducia forse non sarei qui».

 

LA STORIA. Valeria Mariano è di Napoli. Nasce nel 1977 con il cuore malconcio. La salvezza è all’ospedale di Padova, nella mani del cardiochirurgo Vincenzo Gallucci, l’autore del primo trapianto di cuore in Italia nel 1985. Dell’equipe faceva parte anche Giuseppe Faggian, il professore che oggi dirige la Cardiochirurgia dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona e che, dopo il trasferimento da Padova nel 1994 ha portato con sè a Borgo Trento la giovane Valeria. «Devo tutto alle mani di questo uomo e di chi, con lui», racconta, «30 anni fa mi ha rimessa al mondo. Se sono viva, se oggi sono qui al Polo Confortini a festeggiare il mio percorso sorprendente, con questo cuore meraviglioso nel petto che da 30 anni non ha perso un colpo, monitorata con grande competenza da professionisti pieni, oltre che di scienza, anche di grande umanità, lo devo al “mio prof“ Faggian e a tutti i suoi colleghi». Valeria brinda ringraziandoli uno ad uno, mentre i suoi genitori Clotilde e Francesco si commuovono. «Oggi, a quest’ora, nel ’90 mi stavano preparando per il trapianto», sospira, «ricordo benissimo quella giornata iniziata con l’annuncio che era arrivato il cuore giusto per me, quello tanto atteso. Un’infermiera mi chiese se avevo paura, le dissi “no, anzi, sono contenta, perchè starò finalmente meglio e avrò una vita in cui potrò anch’io fare le cose che fanno tutti, come mia sorella“. Era la voce dell’innocenza», ha gli occhi lucidi Valeria, «ma anche dell’esasperazione: non potevo più andare avanti in quelle condizioni. “O la va o la spacca, ma vinco io“, pensavo, ed è con questo spirito che ho salutato mamma e papà, con un “ci vediamo dopo“». “Dopo“ è durato sei ore. E “dopo“ Valeria è nata per la seconda volta.

 

L’INTERVENTO. «Eravamo consapevoli che la situazione era grave», racconta papà Francesco, «e sapevamo che sarebbe arrivato il giorno in cui l’unica strada per lei sarebbe stato il trapianto. Era ricoverata da tempo a Padova e ogni mattina le portavo dal bar la brioche con il cappuccino. Anche quel 30 luglio di trent’anni fa, arrivai in reparto con la solita colazione ma fui fermato dal personale, “oggi no, oggi Valeria non può mangiare, è arrivato il cuore, tra un po’ entra in sala“. Mi sono sentito mancare le gambe ma aspettavo quella notizia, con mia moglie, da così tanto tempo che l’ho accolta come una liberazione. Quando poi ci ha salutato», confessa il papà, «sapevamo bene che la nostra bimba stava per affrontare una battaglia tremenda, era in gioco la sua vita, ma non abbiamo mai pensato che potesse essere l’ultima volta in cui l’avremmo vista viva, anzi, contavamo i minuti certi di riabbracciarla e pronti ad iniziare la grande nuova avventura con il cuore nuovo». E così è stato. «Quando ho potuto rivederla 5 minuti in terapia intensiva», ricorda Francesco, «l’avevano da poco risvegliata, era stordita, ma era bella anche con tutti quelle cannette e quei tubi... ha aperto gli occhi e mi ha detto “come respiro bene, papà, finalmente non sto più male“». E Clotilde, occhi rossi: «Trent’anni fa, come oggi, ho rimesso al mondo per la seconda volta mia figlia».

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