«Vietato entrare,
zona rossa»: cartello
crea scompiglio

I cartelli al pronto soccorso di Legnago
I cartelli al pronto soccorso di Legnago
Giorgia Cozzolino23.02.2020

Dopo il caso del messaggio audio su due casi di coronavirus a Peschiera, divenuto virale su whatsapp e poi smentito dall'ospedale che ha anche sporto denuncia per procurato allarme, non accenna a placarsi la psicosi nel veronese.

 

Sui social rimbalza infatti da ieri sera l'immagine delle porte del pronto soccorso del Mater Salutis di Legnago con affissi alcuni cartelli allarmanti: «VIETATO ENTRARE, ZONA ROSSA».

 

Dall'ospedale arriva la conferma che non si tratta di un'immagine fasulla e che il divieto è stato appeso durante l'esecuzione di un test «per isolare il corridoio dalla sala d'attesa». Tutto è però rientrato velocemente e non ci sarebbero stati trasferimenti né sarebbero stati isolati pazienti. Un sospetto che sarebbe stato subito fugato e che non avrebbe richiesto ulteriori misure precauzionali. Questa mattina il pronto soccorso di Legnago funziona infatti regolarmente.

 

Il cartello non ha mancato però di creare scompiglio sui social dove attualmente l'attenzione sulla questione coronavirus è altissima.

 

Sul caso interviene anche il direttore generale dell'Ulss9, Pietro Girardi, che spiega: «È una procedura normale all'interno dei pronto soccorso dove, in determinati momenti e in certe zone, è vietato entrare. Ieri, probabilmente, è stato affisso qualche cartello in più, ma è stato fatto, sicuramente, per far rispettare il divieto di entrare nella zona di emergenza». 

 

IL CASO. A far scattare la «zona rossa» è stato un piccolo paziente proveniente dal padovano. Lo riferisce a L'Arena la madre di un bambino di 6 anni, affetto da una malattia rara e immunodepresso, che racconta: «Mia cognata, nonché babysitter di mio figlio, lavora nella struttura in cui è morto il pensionato di Vo' Euganeo, così quando ieri al mio bambino si è alzata la febbre ho subito chiamato il numero per le emergenze e mi è stato detto di attendere un'ambulanza che ci avrebbe portato a Padova per un controllo. Arrivata l'ambulanza, però, siamo stati deviati a Legnago perché l'ospedale patavino era sovraccarico».

 

E prosegue: «Siamo quindi giunti a Legnago dove ci hanno fatto aspettare in ambulanza 40 minuti perché non erano stati avvisati del nostro arrivo e poi ancora diverso tempo in uno stanzino. Alla fine è arrivato un medico, un pediatra, che ha visitato mio figlio e ci ha fatto alcune domande e ci ha dimesso senza ritenere necessario il tampone per il coronavirus». La signora aggiunge: «Ora per fortuna mio figlio sta meglio, ma mi chiedo se non fosse il caso di fare maggiori approfondimenti, vista la situazione».

 

Dall'Ulss9 arriva la replica da parte del direttore sanitario Denise Signorelli che chiarisce: «Non sono a conoscenza del caso in questione, ma se il bambino è stato visitato, è stata fatta l'anamnesi e il medico ha preso la decisione di non eseguire il tampone, significa che era certo non fosse un caso sospetto. Ad ogni modo la procedura portata avanti è quella corretta».

 

 

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