VVB Per La Vita

Quando la coppia diventa il «porto» di bimbi naufragati

Elisa Pasetto29.11.2019

FAMIGLIE PER L'ACCOGLIENZA ONLUS

 

«I primi tempi sono un idillio, un’esplosione emotiva, una grande avventura. Poi la vita ti presenta il conto. E capisci che per adottare o avere un bambino in affido la voglia di famiglia e la buona volontà non bastano: serve un amore incondizionato. E’ un'accoglienza continua, giorno dopo giorno. Ed è una sfida che dura una vita».  Angela, da 20 anni, è una mamma adottiva di due fratelli. Quelle manine da scricciolo che al loro primo incontro si perdevano tra le sue, ora sono mani grandi forti, da uomo e donna adulta. Ed è solo con il tempo che Angela ha colto il vero senso dell’accoglienza. «Prima o poi il momento in cui ci si chiede “ma chi me l'ha fatto fare?” arriva», prosegue Angela. «Penso in particolare al periodo dell’adolescenza. Io e mio marito, così, abbiamo dovuto rivedere le ragioni della nostra scelta ed educarci alla gratuità. Un percorso lungo, affrontato anche grazie agli amici dell’associazione che ci hanno sostenuto, e all’educazione allo sguardo: ci hanno fatto capire che, dietro a un’esperienza di adozione, c’è del positivo, sempre e comunque. Nel nostro caso, mi riferisco all’occasione che i nostri figli ci hanno dato di crescere». 

Anna, tre figli naturali più che ventenni, ha scelto invece qualche anno fa di prendere in affidamento una bimba di nemmeno sei anni. «Non era programmato. Ci è stata proposta l’occasione di seguire di giorno questa bimba, che non poteva essere accudita dalla famiglia. “A casa nostra c’è spazio, non tanto fisico, ma di cuore”, ci siamo detti con mio marito, senza porci il problema di quanto potesse durare», spiega. Oggi l’affido, da diurno, è diventato residenziale.

Sara (il nome è di fantasia) vive con loro e li chiama mamma e papà. «Ci siamo posti il problema se fosse giusto, visto che lei i genitori li ha. Ma sono parole troppo importanti perché la piccola non si senta libera di pronunciarle. Così, per lei è come se avesse due mamme e due papà. Mentre io e mio marito abbiamo compreso che per il suo bene è giusto dare valore alla sua famiglia d’origine. E questa, del resto, dopo una sorta di diffidenza iniziale, ha fiducia completa in noi». Insomma, un’alleanza nel nome del bimbo.

E un’alleanza vincente, come testimonia Elena, che ha trascorso otto anni in casa famiglia prima di tornare nella famiglia d’origine. «Quando sono arrivata vedevo molto poco i miei genitori e questa mancanza la sentivo come la privazione dell’ossigeno. Ero molto arrabbiata e qualsiasi cosa mi venisse proposta la rifiutavo», racconta la ragazza, che all’epoca aveva dieci anni. «Non so bene cosa mi abbia portata a cambiare atteggiamento, forse ho semplicemente visto una grande famiglia normalissima, che nei gesti semplici della quotidianità come fare i compiti, giocare all’aperto, mangiare insieme, riusciva a far trasparire l’amore che ognuno provava per l’altro. E adesso tutto quello che ho ricevuto ed ho coltivato, lo raccolgo e desidero restituirlo».

Un’altra vicenda riguarda Andrea (il nome è di fantasia). Quando (nome di fantasia) entrò in una famiglia «accogliente» non aveva nemmeno un anno. Sguardo spento, carattere tranquillo, troppo per un piccolino di pochi mesi, un passato fatto di lunghe degenze in un ospedale dell’est Europa, di cui Andrea è originario, e di giornate cadenzate da molte cure e terapie ma poco affetto. Abbandonato alla nascita, forse a causa anche di presunte patologie poi rivelatesi fortunatamente infondate, ha conosciuto l’amore grazie ad una famiglia veronese che ha aperto le proprie braccia per accoglierlo. «Il suo arrivo non è stato traumatico perché avevamo già un altro figlio in adozione, però è sempre un bel lavoro su di sè e sulla coppia far spazio fisico, di tempo e soprattutto di cuore, ad un figlio in particolare ad uno che è in fondo un estraneo. C’è voluto tempo perché sviluppasse l’attaccamento alle figure genitoriali, fatto essenziale per uno sviluppo corretto e armonico del bambino», raccontano i genitori. Da quel periodo sono ormai passati 18 anni. Non sono mancati i momenti critici, affrontati consapevolmente e con spirito deciso. «È nel tempo che si capisce veramente cosa significa essere madri e padri di questi figli che a volte nemmeno ti riconoscono tali. Non è un atto di generosità: sono due bisogni che si incontrano da un lato il desiderio di maternità e paternità dall’altro l’urgenza di una famiglia che ti ami. Poi la famiglia adottiva tende a normalizzarsi a ritenersi una famiglia come tutte le altre e vive questa illusione. Solo più tardi ci si rende conto che non è così: le famiglie adottive non sono come le altre, non sono meglio o peggio, sono diverse e questa diversità non è negativa può essere una grande ricchezza ma bisogna saperla accettare», testimoniano la mamma e il papà di Andrea accendendo i riflettori su un’esperienza di vita che è simile a quella di molte altre coppie che hanno intrapreso il lungo e complesso cammino verso l’adozione.