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«Il sistema Verona si rafforza e continua a crescere»

Michele Bauli, presidente Confindustria Verona
Michele Bauli, presidente Confindustria Verona
Francesca Lorandi11.02.2020

«Una crescita è un risultato ottimo». Seppur rallentata se confrontata con quella di un anno, il 2017, nel quale le imprese veronesi avevano registrato ottime performance. I risultati ottenuti dal tessuto imprenditoriale veronese nel 2018 non vanno assolutamente sottovalutati, secondo il presidente di Confindustria Verona Michele Bauli. Anche perché sono stati raggiunti nonostante le forti incertezze, del Paese e internazionali.

 

Una crescita rallentata. È quello che si evince dall’analisi dei dati dei bilanci di esercizio del 2018. Innanzitutto, vorrei inquadrare il concetto di rallentamento dando spazio all’evidenza che, comunque, parliamo di crescita. Un anno in cui ha frenato il commercio mondiale, rimanendo fiacco per tutti i dodici mesi, con un calo nell’ultimo trimestre dello 0,9% e la locomotiva europea, quella tedesca, che ha cominciato a perdere slancio. Una crescita è comunque un risultato ottimo per le nostre aziende. Siamo troppo abituati a cercare la negatività nei dati che vediamo nella crescita qualcosa che non funziona. 

 

Presidente, quali elementi hanno contribuito a queste dinamiche? La domanda interna non si riprende, un export meno vivace avrebbero potuto generare molti danni e, invece, le nostre aziende hanno reagito molto bene. È stato anche un anno di forti incertezze: guerra dei dazi, brexit, calo di fiducia, apprezzamento dell’euro, e il nostro spread sulle montagne russe sempre più alte. La performance del 2017 era davvero impensabile da raggiungere e non perdere l’abbrivio è stato un grande risultato.

 

Partiamo dal giro d’affari: nel 2018 il fatturato complessivo prodotto dalle 500 maggiori società di capitali è aumentato del 4,28%. Oggi qual è il ruolo di queste grandi imprese presenti sul territorio? Hanno un ruolo strategico nel territorio: favoriscono la trasmissione di nuova conoscenza, il trasferimento tecnologico. Sono promotrici di filiere interconnesse e spingono sull’introduzione di processi produttivi innovativi, avendo accesso a reti di produzione internazionali e a nuovi mercati. Verona ha poi da sempre una struttura della dimensione aziendale maggiormente concentrata, rispetto ad altri territori caratterizzati da una dimensione media: questo è un grande fattore di stabilità e facilita la creazione di catene del valore fondamentali ad affrontare la competizione internazionale.

 

Verona è stata scelta anche da diverse multinazionali… Da un recente studio di Confindustria, emerge che le multinazionali in Italia pur rappresentando soltanto lo 0,3% del totale delle aziende presenti, danno lavoro al 7,9% degli occupati del settore privato, contribuiscono al 15,1% del valore aggiunto, generano il 18,3% del fatturato, il 14,4% degli investimenti e finanziano ben il 25,5% della spesa privata in ricerca e sviluppo. A Verona abbiamo il privilegio di avere moltissime aziende multinazionali e gli effetti vanno a beneficio di tutti.

 

Le piccole aziende eccellenti – come lei spesso le definisce - non sono sfuggite a questa crescita rallentata con un giro d’affari complessivo del 4,07%, Quali sono le difficoltà riscontrate da queste aziende? Le imprese di minore dimensione, per quanto eccellenti, scontano il fatto di non essere inserite nelle catene del valore globale: per questo risentono maggiormente delle oscillazioni dei mercati esteri. Hanno un portafoglio clienti esteri meno bilanciato su aree diverse e spesso non ce lo hanno proprio, lavorando solo per il mercato domestico da tempo piuttosto fiacco. Infine, ritengo che dopo la fase espansiva del 2017 siamo entrati in un momento di maggiore consolidamento della crescita acquisita.

 

Insieme al fatturato anche la redditività ha avuto una crescita meno vivace. Da cosa può dipendere? La fotografia andrebbe letta per settore piuttosto che per dimensione. In alcuni settori certamente ha inciso il costo delle materie prime, su altri i mercati di destinazione in contrazione. Certamente questi dati vanno sempre guardati per ciò che sono, una fotografia. Per confrontarli occorrono periodi medio lunghi.

 

Questo quadro quanto è legato all’incapacità del Paese di mettere in piedi un vero progetto di politica industriale e risanamento dei conti? Per la politica italiana il 2018 è stato un anno difficilissimo con una crisi di governo che si è protratta nel tempo e che ha visto la faticosa formazione del Governo Giallo-Verde. Il clima da campagna elettorale permanente che ha caratterizzato il primo Governo Conte, e che stenta ancora oggi a sopirsi, non ha fatto bene al Paese e ha fatto molto male alle imprese. Per questo mi stupisco di come, nonostante tutto, siamo oggi a commentare un altro anno di crescita: direi un miracolo. O forse, meglio, l’efficacia degli anticorpi delle aziende ai virus esterni.

 

Cosa chiedono le imprese al Governo? Certamente riscontriamo la mancanza non solo di un piano industriale ma di una visione strategica del paese. Pensiamo all’ultima manovra finanziaria e alla nascita in particolare della sugar e plastic tax: due tasse che, al di là dei proclami, niente hanno a che vedere con una politica ‘salutista’ o con un piano di sviluppo della sostenibilità del Paese.

 

Questo incide anche sulla riduzione del ritmo di crescita degli investimenti? L’incertezza è un fattore che non aiuta la decisione di investire delle aziende, toccando direttamente la fiducia delle imprese. Dobbiamo anche rilevare che dalle nostre indagini trimestrali più della metà delle imprese ha mantenuto costanti o in crescita gli investimenti rispetto all’anno precedente. Certo è che il venire meno o il depotenziamento di alcuni strumenti molto incisivi come super e iperammortamento ha fatto probabilmente perdere slancio alla crescita molto sostenuta degli anni precedenti.

 

Situazione interna e sviluppi geopolitici condizionano le scelte delle aziende. Qual è, oggi, il livello di fiducia degli imprenditori? Dagli ultimi dati che abbiamo a disposizione l’incertezza geoeconomica ha fatto ridurre la fiducia degli imprenditori nel terzo trimestre di quest’anno. In particolare, il peggioramento è più evidente nei confronti del mercato locale, meno verso quello internazionale segno che è sempre l’export il fattore trainante della nostra economia. Ma l’export da solo non basta: vanno spinti i consumi interni e gli investimenti. Purtroppo invece ci troviamo di fronte a un Governo che stenta ad avviare una politica industriale seria. Nella manovra di bilancio le imprese sono considerate più delle entità da cui attingere imposte invece che partner con cui dialogare per lo sviluppo del Paese. Con gli scenari internazionali in evoluzione infatti occorre avere alle spalle un Paese solido o almeno in ripresa per far fronte al rallentamento della Germania e alle politiche protezionistiche degli Stati Uniti. In particolare i dazi fino ad ora ci hanno agevolato nei confronti della Cina ma in futuro potrebbero incidere direttamente su alcuni dei nostri prodotti caratteristici. Soprattutto ora che tra Usa e Cina è scoppiata la pace a tutto svantaggio dell’Europa. © RIPRODUZIONE RISERVATA