Pallone d'oro

Che guerra la difesa a uomo
La crisi ridisegnerà il calcio

Filippo Baltieri, a sinistra, con Simone Bellamoli
Filippo Baltieri, a sinistra, con Simone Bellamoli
Riccardo Perandini27.04.2020

Un muro. Arcigno, mordace, fedele alla sostanza del ruolo: voce del verbo difendere, declina Filippo Baltieri. Lavagna e gessetto sono per lui: oggi direttore sportivo (ad inizio anno era a San Martino, in Eccellenza), ieri stopper vecchia scuola, cliente scomodissimo per chi passava dalle sue parti. Ricco il suo curriculum: quattro campionati vinti da giocatore, tre da dirigente, un taccuino riempito dagli spunti di tutte le categorie. Dalla Terza all’Eccellenza è stato ovunque: Baltieri è profilo più che adatto all’interpretazione di un ruolo ridefinito dall’evoluzione del calcio, nonchè occhio ormai raffinato per pesare il valore dei nuovi cultori del ruolo.

Baltieri, difendere oggi è un concetto ampio. La sua lettura? Dipende dall’idea di calcio dell’allenatore. Da dirigente cerco uomini che abbinano fisicità, stacco di testa, capacità di lettura delle situazioni. Poi oggi i difensori devono saper impostare, c’è poco da fare.

Giocasse ancora, si rivedrebbe nel calcio di oggi? Sono sincero: ero un difensore rude, marcavo stretto. Diciamo che non la mandavo a dire. Ma coi piedi me la cavavo. Il mio San Martino non era arrivato in Eccellenza per caso.

In chi si rivede tra i difensori d’oggi? Apprezzo molto Simone Dal Degan dell’Albaronco: scaltro, esperto, essenziale. Poi dico Alessandro Tonolli, ex Caldiero, era passato al Castelbaldo Masi.

E’ vero che oggi si difende meno e peggio? Una volta si marcava a uomo e si giocavano i duelli con le punte. Oggi si difende di reparto e un difensore deve saper alternare il duello ai movimenti di sistema. Non parlerei di peggioramento, ma di evoluzione della fase difensiva.

Dieci anni da giocatore, poi è tornato in due riprese da dirigente. I fotogrammi da ricordare di una vita a San Martino? La vittoria della Promozione nel 2002-2003, eravamo partiti a fari spenti, abbiamo vinto contro delle corazzate.

Il Pallone d’oro de L’Arena mette in corsa i migliori talenti del nostro calcio. Il profilo in rampa di lancio? Due giovani del mio San Martino. Tra i candidati Carlo Faedo si è affermato in Eccellenza, mister Damini gli ha dato fiducia tre anni fa quando non era ancora in età ’under’. E’ un difensore che si sta completando. Ma vorrei fare una menzione per Andrea Ciuffo: questo ci sa fare con la palla, ragazzi.

L’esperienza maturata anche nelle categorie inferiori le consente un giudizio fondato sui candidati di argento e bronzo. A chi va il suo voto? Resto sui difensori e per l’argento dico Samuel Rigo dell’Audace, l’avevo già cercato. Gli auguro di lasciare presto la Prima, merita altre categorie. Per il bronzo Elia Chiari del Colognola

Si è calato, vincendo in poco tempo, nel ruolo di direttore sportivo. Figura dirigenziale che non ha contorni definiti: la sua lettura? Partiamo da un presupposto: non c’è una buona società senza buoni dirigenti. Detto questo, il ruolo media tra il fare da collante tra squadra, staff tecnico e dirigenza, e il lavoro sul campo: scovare i giovani, individuare profili funzionali, noti e meno noti, conoscere un ampio parco giocatori. Mestiere complesso, ma essenziale in ogni categoria.

Meriterebbe un capitolo a parte il rapporto con gli allenatori. Se potesse, chi vorrebbe sempre portare con sé? Marco Burato per lo spessore tecnico e umano. Filippo Damini non è da meno, con loro ci ho lavorato, li conosco bene. Tra gli avversari mi stuzzica Jodi Ferrari: a Valgatara sta facendo benissimo.

Campionato fermo, epilogo ancora avvolto in un punto interrogativo. S’avvicina un calciomercato tutto da definire. Cosa intravede in proiezione futura? Tanti equilibri saranno ridisegnati: più di una società dovrà fare di necessità virtù. E qui mi ricollego a prima: la mano di un diesse conterà. Chi potrà investire non avrà grossi problemi, chi avrà meno risorse dovrà intravedere ciò che altri non hanno visto. Una bella sfida.