Breakdance ai Giochi, Verona ci crede

Riccardo Orlando, in arte Riky Rock, a New York mentre esegue un passaggio di Down Rock chiamato Two Steps.
Riccardo Orlando, in arte Riky Rock, a New York mentre esegue un passaggio di Down Rock chiamato Two Steps.
Paola Colaprisco 03.03.2019

La Breakdance alle Olimpiadi. Dalle strade del Bronx a Parigi, sede dei Giochi olimpici del 2024. Una bestemmia, per i puristi dello sport. Che non arriva da sola. Oltre alla danza di strada inventata dagli afro-americani e latino-americani all’inizio degli anni Settanta, e chiamata originariamente breaking o b-boying, potrebbero approdare alle Olimpiadi il surf, l’arrampicata sportiva e lo skateboard. La decisione spetta al Cio (Comitato olimpico internazionale), che deve valutare la richiesta del comitato organizzatore di Parigi 2024 di inserire le discipline nel loro programma. E mentre surf, arrampicata sportiva e skateboard debutteranno già a Tokyo 2020, la Breakdance dovrebbe presentarsi sulle pedane olimpiche a Parigi, con l’intento non nascosto di coinvolgere giovani appassionati e la necessità di non costruire altri impianti. Ad arrivare alle Olimpiadi sarà la Break dance sportiva, che dovrà rispettare le regole imposte dalla Fids, federazione danza sportiva e del Coni. Non quella che i ragazzi veronesi ballano sotto la galleria, dietro l’Arena e si insegna in diverse palestre di città e provincia. Due rette parallele, due modi diversi di concepire e vivere la street dance. Differenze che la prospettiva dello sbarco alle Olimpiadi evidenzia ancor di più, come confermano le testimonianze di due b-boy veronesi che da diversi decenni partecipano ai “contest“, ma non a prove sportive, vivendo a tutto tondo la cultura Hip Hop, di cui la breaking (le differenze cominciano già dal nome) è un elemento fondante. Riccardo Orlando, in arte Riky Rock, ha 40 anni, di cui 25 trascorsi danzando. «Sono da molti anni un protagonista della scena hip hop italiana», si presenta, «come ballerino, coreografo e organizzatore di eventi dedicati alla cultura urbana». Il prossimo sarà il 16 marzo, al Berfi’s Club: ballerini di tutte le età interpreteranno la breaking a modo loro. «La b-boying non è solo sport», attacca, «è soprattutto arte, cultura, per cui mi domando quale prodotto verrà presentato sulla pedana olimpica. La mia paura è che venga ingabbiata, snaturata. Sarebbe un gravissimo errore; non si possono cancellare 40 anni di storia, di una continua evoluzione. I danzatori per puntare alla vittoria dovranno aumentare il coefficiente di difficoltà, ma la bellezza della breaking è stare sulla musica, per raccontarla e viverla. Alle Olimpiadi temo arriverà un nuovo prodotto, non la breaking inventata nel Bronx per staccare i ragazzi dai problemi della strada e cercare un’affermazione personale con l’head spin (la rotazione sulla testa) e il 1990, che consiste nel girare in verticale su un braccio». «Certo, i ragazzi e le ragazze che oggi fanno breaking sono degli atleti», conclude Riccardo, «ma non fanno sport, bensì cultura. Sono artisti che si esprimono ballando». In sintonia con il collega Andrea Modena, nome d’arte N’Drew, 30 anni e da 15 praticante (e anche insegnante) di breaking. «Le Olimpiadi daranno visibilità alla danza, allo stile di vita hip hop, ma per arrivare alla competizione la breaking perderà i suoi valori e le prossime generazioni non la vivranno più come cultura, ma come sport. Sarà un’altra cosa, un’ulteriore evoluzione della danza, in un momento in cui il movimento culturale a Verona è in forte crescita, grazie alle palestre che cercano di inserire i corsi di breaking dance». •