«Prendo pugni per rivedere mio padre»

Juan Francisco Romero
Juan Francisco Romero
Valentina Tezza25.01.2020

Assume sempre più le caratteristiche di una favola moderna la storia di Juan Francisco Romero, il pugile nato a Montevideo, arrivato in Italia all’età di un anno e con la sola madre, che poi si trasferì a Milano abbandonandolo a Verona quando aveva diciassette anni. Il ring lo ha salvato dalla strada, la boxe gli sta restituendo tutto quello che non ha avuto dalla famiglia.

L’ultimo capitolo scritto di una storia che si avvia al migliore dei lieto fine parla di grande occasione, ricongiungimenti, Olimpiadi. Romero infatti è stato convocato dalla federazione pugilistica uruguaiana per fare da sparring partner agli atleti della nazionale che affronteranno le qualificazioni per i prossimi Giochi di Tokyo. Il ventisettenne peso medio della Pugilistica Scaligera, allenato da Alessandro Bovo, nel mese di marzo sarà insomma uno degli sparring insieme al campione professionista uruguaiano Eduardo Abreu e a Montevideo si troverà di fronte, tra gli altri, Lucas Fernandez, medaglia di bronzo ai Giochi Panamericani della scorsa estate. Per lui le speranze di essere convocato sono pressochè nulle, ma avrà l’opportunità di conoscere colleghi e allenatori.

 

Romero, come è stato scelto?

Hanno saputo di me tramite mio zio che vive a Montevideo. Il reclutatore della nazionale uruguaiana Juan Petraca ha visionato alcuni video in cui mi ha visto in azione sia in allenamento che in gara. Credo mi abbia scelto per il mio stile da picchiatore. 

Ovvero?

Sono un pugile che pressa l’avversario in continuazione, capace di tenere ritmo altissimo sia negli allenamenti che nei match. Per questo posso esser un ottimo sparring per chi mi sta di fronte.

Cosa significa per lei questa opportunità?

Soprattutto la possibilità di tornare dove sono nato e di rivedere tutta la mia famiglia. Compreso mio padre, che ho visto l’ultima volta quando avevo dodici anni.

E sul piano professionale?

Direi che dal punto di vista sportivo questa convocazione mi regala la fortuna di tornare in Sudamerica, terra dei guerrieri e di tanti campioni della boxe.

Quanto è importante per lei la boxe?

La boxe è la mia vita. Mi ha cambiato la vita. Mi ha salvato dalla strada e mi ha trasformato in una persona migliore. E ora, sempre grazie alla boxe, torno a Montevideo. Ma devo ringraziare anche Pinea e Il Filo Verde, le due aziende che mi pagheranno il viaggio.

Qual è il pugile in cui meglio si riconosce?

Marvin Hagler, uno che come me arriva dalla strada ed ha saputo dominare la categoria per sei anni, sei mesi e dieci giorni.

Cosa si aspetta da questa esperienza?

Mi aspetto che notino al mia volontà e dedizione e mi diano la possibilità diventare membro della nazionale. In ogni caso tornerò con un bagaglio personale e pugilistico importante.

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