Domenghini spara da lontano «Più Verona che Cagliari...»

Angelo Domenghini in allenamento a Veronello  FOTOEXPRESS1975. «Domingo» e Ginulfi in via Negrelli, in partenza per il ritiro
Angelo Domenghini in allenamento a Veronello FOTOEXPRESS1975. «Domingo» e Ginulfi in via Negrelli, in partenza per il ritiro
Gianluca Tavellin15.06.2020

«Il calcio andava fermato. Chi era in testa vinceva il campionato e chi era dietro doveva retrocedere. Punto e basta». Perentorio come il suo destro al fulmicotone che sostenne l’Italia di Valcareggi sia nel 1968, sia cinquant’anni fa al Campionato del Mondo del 1970. Angelo Domenghini, è il più messicano di tutti. Sarà per il soprannome o per quella faccia da duro. Un viso da film poliziesco. Cinquant’anni fa, anche le sue reti e non solo quella di Riva e Rivera, ci avvicinarono alla semifinale dell’Atzeca. con la Germania Ovest. Oggi il doppio ex, scudetto col Cagliari ed una trentina di partite in gialloblù, entra a gamba tesa sul calcio. «Questo sport va giocato col pubblico. Non è vero calcio, giocato così come hanno fatto Juve, Milan o l’Inter a Napoli. In campo in questo momento ci sono più di 100 persone tra giocatori e addetti ai lavori, mi sembrano tanti. A questo punto era meglio far entrare pure il pubblico. Nella mia carriera non ho mai giocato senza spettatori. Abbiamo vissuto un dramma e non ne siamo ancora fuori, perché il virus è in giro. Ci sono ancora dei morti. Io questo faccio fatica a digerirlo», aggiunge ancora. «Questa cosa ha lasciato il segno Bisognava fermare tutto». L’ex ala del Cagliari e della Nazionale calca un po’ la mano. «Io non so come sia possibile» commenta, «però tante società sono in gravi difficoltà economiche andrebbe rivisto il tutto. Anche i calciatori potrebbero fare la loro parte, soprattutto quelli di serie A che guadagnano parecchio. Perchè la ripartenza è in gran parte dovuta solo al lato economico. Per non parlare delle pay-tv». IL MIO AMICO LULÙ. «Domingo» arrivò a Verona nella fase calante della carriera. L’anno prima aveva fatto ammattire Sirena e Franzot, tutti ex, in un Verona-Roma finito uno a zero per i giallorossi, guardacaso con gol di Orazi, altro volto noto al Bentegodi. Saverio Garonzi lo prese ma la squadra retrocesse per la tristemente nota telefonata. «A Verona ho conosciuto una persona speciale: Franco Bergamaschi. Un ragazzo dal cuore d’oro con il quale era un piacere allenarmi. Ritornammo in A ma l’anno successivo ci furono degli attriti e cosa volete che vi dica a novembre, credo, me ne andai. Dovrei parlare male di Garonzi? Non mi va più, ormai...». Domenghini preferisce correre all’attualità. VERONA-CAGLIARI. «Il Verona» commenta l’ex ala azzurra, «sta giocando un buon calcio. Grande spirito e organizzazione. Il Cagliari invece, si è perso per strada. Quando hanno iniziato a parlare di Champions o Europa League, sono iniziati i problemi. I rossoblù hanno avuto un calo fisico pazzesco. Quando manca l’entusiasmo è dura per una squadra come il Cagliari. Il pubblico si è girato contro, perché nel calcio si fa presto a scordarsi di quanto è stato fatto prima. Maran ha pagato pure questo. Sarà dura per i rossoblù a Verona». MESSICO E... «E nuvole ma non è come la canzone, perchè son passati cinquant’anni esatti. A quest’ora avevamo battuto i padroni di casa e attendevamo l’avversaria per la semifinale». Con Domenghini decisivo. «Il gol più bello lo fece all’Europeo del ’68. In Messico ne feci di pesanti con la Svezia e i padroni di casa». Da allora siete delle icone del calcio mondiale con quel 4 a 3. «La vera gara che dovevamo vincere» precisa l’ex gialloblù, «è quella con il Brasile. Capita una volta nella vita di poter alzare la Coppa del Mondo. Ricordiamo la Germania Ovest, dove tra l’altro i novanta minuti furono bruttini. Fu l’arbitro regalando un lungo recupero ai tedeschi, a dare il via a quei supplementari dove sarebbe successo di tutto». Mai scontato, sempre diretto Domingo. Le sue parole sono sentenze, come lo era il suo destro. In Messico l’erba era alta, faceva caldo e un po’ tutti gli azzurri dovevano fare i conti con la diarrea, ovvero la maledizione di Montezuma. «Andò così. Però ricordo il grande entusiasmo nel nostro gruppo. Una cosa che non ho mai raccontato? Ma sì dai...» rivela Angelo Domenghini, «dopo aver battuto la Germania Ovest, tornammo nel nostro albergo. Era tardi ma faceva caldo. Buttai Bearzot, allora collaboratore del Ct Valcareggi, in piscina, «lui annaspava e pensavo scherzasse. Menomale che uno dei massaggiatori Della Casa si gettò in acqua. Bearzot non sapeva nuotare». •