Neil Jordan, regista raffinato e visionario

Il regista Neil Jordan con il Premio Oscar
Il regista Neil Jordan con il Premio Oscar
Angela Bosetto 25.02.2020

Sebbene il suo ultimo film (il mystery «Greta», 2018, con protagoniste Isabelle Huppert e Chloë Grace Moretz) non sia ancora giunto nelle sale italiane, il regista, sceneggiatore e produttore irlandese Neil Jordan (oggi settantenne) resta uno degli autori più raffinati e poliedrici del cinema mondiale. E proprio il suo spirito visionario e alieno alle regole di mercato lo ha persuaso, come molti altri colleghi, a migrare dal grande al piccolo schermo, che ne ha accolto le serie tv «I Borgia» (2011-2013) e «Riviera» (iniziata nel 2017 e tuttora in corso). Nato a Sligo il 25 febbraio 1950, Jordan inizia la propria carriera come scrittore e sceneggiatore televisivo, per poi debuttare dietro la macchina da presa nel 1982 con «Angel», un thriller interpretato dall’amico e attore feticcio Stephen Rea, che da allora apparirà nella maggior parte dei suoi film. Le successive pellicole, il cupo fantasy «In compagnia dei lupi» (1984) e il noir «Mona Lisa» (1986), svelano i due ambiti (spesso destinati a unirsi) attorno a cui si articolerà l’intera filmografia di Jordan. Da una parte troviamo il fantastico nella sua accezione più vasta, che spazia dalla commedia («High Spirits – Fantasmi da legare», 1988) al gotico («Intervista col vampiro», 1994, «Byzantium», 2012), dall’inconscio («In Dreams», 1999) alla pura fiaba («Ondine – Il segreto del mare», 2009). Dall’altra spicca, invece, il mélo, inteso come genere che lega desiderio e soggettività, innestandosi sul ruolo cruciale dei sentimenti e delle passioni, soprattutto se ostacolati, negati e quindi enfatizzati per spirito di ribellione a un ordine precostituito. Questo universo cangiante include tanto melodrammi classici come «Un amore, forse due» (1991) e «Fine di una storia» (1999) quanto intensi spaccati del passato irlandese come «Michael Collins» (1996, che vale al film il Leone d’oro a Venezia e al protagonista Liam Neeson la Coppa Volpi) e «The Butcher Boy» (1997, Orso d’Argento per la miglior regia a Berlino), per culminare nella magistrale ambiguità che ammanta «La moglie del soldato» (1992, grazie a cui Jordan vince il Premio Oscar per la migliore sceneggiatura originale) e «Breakfast on Pluto» (2005). Nel mezzo, si collocano infine due remake di mestiere («Non siamo angeli», 1989, e «Triplo gioco», 2002) e il controverso «Il buio nell’anima» (2007), riscattato al botteghino dalla presenza di Jodie Foster. •