Carmen Consoli: «Sono ancora confusa e felice»

Carmen Consoli
Carmen Consoli
Giulio Brusati22.06.2019

Una band «con la spina staccata» per mettere ancora più in evidenza la sua voce così particolare.

Carmen Consoli è la seconda ospite di Rumors Festival dopo James Bay. La «cantantessa» siciliana – in concerto al Teatro Romano sabato 22 giugno alle 21 - sarà accompagnata da Emilia Belfiore (violino), Claudia della Gatta (violoncello) e da Massimo Roccaforte (chitarra e mandolino).

In scaletta, brani da tutta la produzione di quest’artista nata a Catania da padre siciliano e madre veneta.

 

Carmen, Rumors è un festival dedicato alla voce. Della sua che percezione ha?

Tutti noi abbiamo una percezione diversa della nostra voce rispetto a chi ci ascolta. Viene percepita da noi dall’interno del corpo, uno strumento che ha un piano sonoro tutto suo. Quando viene fuori, si libera di certe frequenze e diventa più brillante. Insomma, la nostra voce suona per noi diversa. E a questo si deve aggiungere il suono della chitarra acustica appoggiato al corpo… Sì, quando le suono, sento le corde vibrare dentro il mio corpo, che è una cassa armonica naturale.

Ma la sua voce le è sempre piaciuta?

L’effetto è strano. Quando canto dal vivo, tendo a raggiungere la voce che sento da dentro e a renderla così più scura, come la avverto io. Certo, registro la mia voce da quando ho dieci anni, perciò…

E di Checco Zalone che la imita, cantando “Grazie al ca***”, che ne pensa?

È un genio. Lo amo alla follia, perché riesce a cogliere certi particolari solo miei. Ovvio, non ha la mia timbrica, però quando mi imita coglie inflessioni e mie caratteristiche che fanno ridere.

Qualche produttore ha mai cercato di variare la sua voce?

Oh, sì; è successo. Nel mio secondo e terzo disco l’hanno resa più acuta. “(E canta) Sai benissimo che sto tremando e non c'è freddo… Nel mio primo album, “Due parole” (’96), è più gonfia sulle basse.

 

Carmen Consoli

A proposito, i suoi dischi hanno titoli bellissimi: “Confusa e felice”, “Mediamente isterica”, “Stato di necessità”, “L'eccezione”, “Eva contro Eva”, “Elettra”… E poi nessuno con il suo nome…

A dir la verità un disco avrei voluto chiamarlo “Carmen”, ma si sarebbe creata ambiguità con un’opera un po’ più interessante. E uno poi si aspetta un mobile del Settecento ma si ritrova con uno dell’Ikea.

Si sente ancora confusa e felice?

Sì, lo sono sempre. La confusione di cui parlo non è negativa ma deriva dalla felicità. Mio padre diceva che a volte le emozioni non si possono gestire. Tuttora guardo mio figlio mentre dorme: ha sei anni e lo fisso per ore, e non so gestire la mia gioia. E le mie paure! Succede così quando si fa un passo più lungo della gamba.

Lei in carriera ha mai fatto passi più lunghi della gamba?

Oh, sì, tante volte. Ho rischiato con “Mediamente isterica” nel ‘98. E infatti fu un disastro discografico, un disco ostico per i tempi, ma io lo consideravo un bellissimo disastro. Mi sentivo diversa: tutti pensavano proponessi Confusa e felice 2, ma io volevo tenermi lontana dalla formula, rigettando i cliché. Ruppi gli schemi e feci questo disco arrabbiato che solo più tardi iniziò a camminare da solo.  Così tutti pensarano che avrei continuato quel tipo di rock. Invece ho scritto “Narciso” e “L’Ultimo Bacio”. Ho paura dei cliché perché poi devi assomigliare a quella certa idea di te, e tutto diventa una prigione. L’ho sempre evitata: mi sento libera, sono un’isola e posso fare rock, folk, acustico ed elettrico. Fuori dagli schemi.

 

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