Un giorno di Fiera
senza pubblico?
«Non è possibile»

Quest’anno più che mai, sia in Fiera che in città, il vino è stato molto gettonato tra i giovani, sia ragazzi che ragazze, per il fascino romantico FOTO MARCHIORILe degustazioni a Vinitaly quest’anno sono state particolarmente elevate nella qualità
Quest’anno più che mai, sia in Fiera che in città, il vino è stato molto gettonato tra i giovani, sia ragazzi che ragazze, per il fascino romantico FOTO MARCHIORILe degustazioni a Vinitaly quest’anno sono state particolarmente elevate nella qualità (BATCH)
Laura Zanoni13.04.2017

Un salone più professionale, che ha consentito ai produttori di lavorare in maggiore tranquillità, soprattutto grazie al fatto che «Vinitaly and the city» ha saputo attirare in centro città gli amanti del vino. Questo il bilancio tracciato da molti espositori presenti in fiera, alcuni dei quali spingerebbero però ancora oltre la suddivisione tra business e kermesse, con giornate dedicate.

«Abbiamo avuto quest’anno, come già era accaduto nel 2016, ospiti di un certo livello, un bel pubblico grazie all’organizzazione della fiera», commenta Roberta Corrà, direttore generale del Gruppo italiano vini, la prima azienda vitivinicola italiana con sede a Calmasino, 14 cantine e 365 milioni di euro di fatturato, con il 75% di quota export. «Il consumatore rimane comunque la nostra forza, quindi sarebbe negativo per noi abolire questo contatto diretto: ne abbiamo bisogno. Certo, sarebbe il massimo avere alcune giornate dedicate solo al business, ma non so quanto sia attuabile. Comunque è indispensabile mantenere questo contatto con il consumatore, per “dare un volto“ al brand».

Due giorni riservati a buyers e operatori accreditati e due per i visitatori sarebbe la soluzione ideale per Bruno Trentini, direttore della Cantina di Soave, che fattura 116 milioni di euro, per il 65% esportazioni. «Nella formula attuale», aggiunge, «Vinitaly resta un grande fenomeno mediatico ma, vista come opportunità di business per la singola azienda, fatica a trovare la sua dimensione». «Quest’anno, tra gli stranieri», prosegue, «abbiamo registrato molte presenze, soprattutto dal mondo asiatico. Sono fiducioso nell’espansione in Cina. E ho timori limitati per i dazi: penso che Trump si guarderà bene dall’attuare qualcosa del genere, visto che c’è già una forte tassazione sul vino».

Un grande passo verso un Vinitaly di professionisti è stato fatto anche secondo Daniele Accordini, direttore della Cantina Valpolicella di Negrar, che ritiene che separare le giornate potrebbe aiutare ancora di più la professionalità. La Cantina ha un fatturato di 37 milioni di euro e il 65% di esportazioni, soprattutto in Germania, Canada, Svizzera: «Abbiamo appena costituito», spiega Accordini, «assieme alla Cantina Valdoca (Prosecco) e a quella Pertinace (Barbaresco), la prima rete d’impresa di cooperative italiane per affrontare meglio i mercati internazionali. Negli Stati Uniti stiamo investendo, le politiche protezionistiche certamente non ci tranquillizzano; un po’ di preoccupazione c’è anche per la Brexit. Ma a Vinitaly abbiamo visto qualche americano in più e una forte presenza cinese».

Come già riferito dal nostro giornale, anche Sandro Boscaini, presidente di Federvini e Masi agricola, e l’imprenditrice Marilisa Allegrini ritengono che la suddivisione delle giornate tra wine lovers e operatori potrebbe essere la migliore soluzione organizzativa.

Ma per l’ente fieristico, di fatto, la strada imboccata è un’altra e i risultati si cominciano a vedere: quindi non ci sarebbe alcun motivo di tornare indietro rivedendo il progetto.

Nessun dubbio, da parte del direttore generale di Veronafiere Giovanni Mantovani, che l’edizione di quest’anno abbia espresso maggiore professionalità: «Basta leggere i numeri», dice. «Arrivare a 30.200 buyer internazionali accreditati significa essere davvero i primi al mondo, sopra Prowine e Vinexpo; abbiamo il primato come mercati internazionali presenti. Non tornerei indietro rispetto al modello che stiamo testando e che vedrà i risultati definitivi in 4-5 anni, cioè quello della suddivisione tra Vinitaly and the city, in centro, e il salone in fiera. L’evento che stiamo creando in città deve diventare il vero fuori salone». Cioè il luogo in cui i «wine lovers» troveranno sempre più la possibilità di degustare, festeggiare e partecipare ad eventi. Per dare spazio al business vero e proprio nel salone fieristico. «Tutti ci dicono che Vinitaly ha un’anima», continua Mantovani, «e non vogliamo trasformarlo facendogli perdere l’anima. Crediamo che quella imboccata sia la strada giusta, che casomai va affinata, in un passaggio che le aziende devono aiutarci a fare».

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