Piazza Fontana 50 anni dopo. Il giudice Salvini: «Bomba messa da un veronese»

12.12.2019

A 50 anni dalla strage di piazza Fontana, quando una bomba esplose nella Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano provocando 17 morti e oltre 80 feriti, oltre alle commemorazioni, arrivano nuovi libri con ulteriori rivelazioni su una verità storica che è ancora avvolta nella nebbia.

E dalle nebbie torna fuori la pista veronese della bomba stragista che sarebbe stata collocata nella banca da un veronese. Lo rivela il giudice Guido Salvini nel suo libro «La maledizione di Piazza Fontana» (Chiarelettere, pp. 614, 22 euro) scritto con il giornalista Andrea Sceresini.

C’è un video infatti che riprende la strage di Piazza Fontana, svela il giudice Salvini nel suo libro inchiesta: si tratta di «due nastri Super 8, che mostrano cosa accadde quel pomeriggio di dicembre di fronte alla Banca Nazionale dell’Agricoltura. La cinepresa si trovava sull’altro lato dello slargo, in direzione di piazza Beccaria, ed era azionata da uomini dei servizi segreti o da chi lavorava per loro», rivela l’Antiquario, figlio del socio di Tom Ponzi, presunto regista del film della strage rinchiuso in nastri di cui si sono perse le tracce.

 

LE DOMANDE SOSPESE

Rivelazioni su cui il giudice Salvini continua a interrogarsi: quelle bobine esistono ancora? Quante persone vi hanno avuto accesso nel corso degli anni? E con quale scopo? Sono domande che probabilmente resteranno per sempre prive di una risposta.

Salvini negli anni Novanta ha condotto le indagini poi confluite nel terzo processo per la strage, chiusosi nel 2005 con una sentenza della Cassazione che, pur riconoscendo la responsabilità in quei fatti dei militanti veneti di Ordine Nuovo, assolse anche gli ultimi imputati ad eccezione di Carlo Digilio, l’artificiere del gruppo, la cui pena sarà però prescritta.

Nel settembre del 2008 Salvini riceve una lettera, da un ex ordinovista padovano: «La prego contattarmi personalmente - recita - per novità su Piazza Fontana». È il primo passo di una lunga e puntigliosa inchiesta privata.

Salvini spiega che «ci sono storie che non si staccano, che ti seguono ovunque e non ti lasciano più. Piazza Fontana per me è una di queste, un’ombra, un pensiero di sottofondo. Ti occupi d’altro, ma ci ritorni sempre». Il libro, corredato da molte foto, è un rendiconto del lungo lavoro compiuto dall’allora giudice istruttore di Milano per far luce sulle responsabilità dei neofascisti, ma indica anche quanti elementi e possibili testimonianze siano emerse in seguito, facendo ulteriore luce sulla vicenda. La «maledizione» di cui parla Salvini sta proprio in questa impossibilità di fissare definitivamente una verità già emersa, malgrado tutto, in tanti anni di indagini e contro-inchieste.

 

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Foto di Luca Sguazzardo
 

IL «BOMBAROLO» VERONESE

Dopo la sentenza della Cassazione, il giudice ha continuato il suo lavoro di ricerca, «da cittadino e studioso», fino ad affermare che «se un nuovo processo venisse celebrato oggi, sommando quello che è emerso in tutti i processi e gli elementi contenuti in questo libro, è probabile che i responsabili della strage avrebbero tutti o quasi un nome».

Nel libro, frutto di un’indagine durata oltre dieci anni, Salvini sostiene che sarebbe stato un giovane ordinovista veronese, il «Paracadutista», ad aver fisicamente messo la bomba che causò 17 morti e 88 feriti.

Sull’identità ci sono varie ipotesi tra le quali quelle di esponenti di Ordine Nuovo negli anni Settanta, veronesi esperti di ordigni, sentiti in veste di testimoni in tribunale a Brescia per la strage di piazza della Loggia.

Dopo una lunghissima e controversa vicenda giudiziaria, che ha visto i processi concludersi con l’assoluzione degli imputati, nel 2005 la Cassazione ha affermato che la strage fu realizzata dalla cellula eversiva di Ordine Nuovo capitanata da Franco Freda e Giovanni Ventura, non più processabili in quanto assolti con sentenza definitiva nel 1987. Non c’è mai stata, invece, una sentenza per gli esecutori materiali, coloro che cioè portarono la valigia con la bomba all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura.

 

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Foto di Luca Sguazzardo
 

DOPO LE BOMBE

In un saggio corale tre generazioni di storici inquadrano gli eventi e cercano di fornire nuovi strumenti di studio sulla strage di Piazza Fontana e i suoi nodi irrisolti e sulla strategia della tensione, cinquant’anni dopo.

È «Dopo le bombe- Piazza Fontana e l’uso pubblico della storia», con la postfazione di Mirco Dondi, pubblicato da Mimesis, con scritti di Aldo Giannuli, Davide Conti, Elia Rosati, Giulio D’Errico, Elio Catania, Erica Picco, Sara Troglio e Fabio Vercilli. Nel primo capitolo «50 anni dopo» , a cura degli autori, vengono ricordate le parole di Franco Fortini dal racconto-testimonianza «I funerali di Pinelli», scritto nell’immediatezza della strage e dell’uccisione del ferroviere anarchico.

«Non so come ma ho la certezza che con la strage di pochi giorni fa, l’orrendo coro dei giornali e questo assassinio del Pinelli, è davvero finita un’età, cominciata ai primi del decennio» scriveva Fortini. Il libro si chiude con una «cassetta degli attrezzi», a cura di Fabio Vercilli, per l’approfondimento della strategia della tensione, con una cronologia essenziale degli eventi e una bibliografia ragionata. Dondi si sofferma nella postfazione sul fatto che «nell’immediato, nessuno lesse piazza Fontana come un episodio (incrollato) di guerra fredda. Di certo, dopo i primi mesi, apparve sempre più evidente come il taglio interpretativo dell’evento fosse stato funzionale a logiche di schieramento e a concordate convenienze».

 

Renmzi,piazza Fontana ferita mai guarita

 

LE MEMORIE DI LICIA PINELLI

 «Uno Stato che non ha il coraggio di riconoscere la verità è uno Stato che ha perduto, uno Stato che non esiste». Sono le parole di Piero Scaramucci (giornalista, storico fondatore e direttore di Radio Popolare, scomparso nel settembre scorso). Torna in libreria per Feltrinelli «Una storia quasi soltanto mia» (prima edizione 1982 per Mondadori) che Piero scrisse raccogliendo le confidenze di Licia (oggi 91 anni), vedova dell’anarchico Giuseppe Pinelli, incolpato della strage di piazza Fontana e poi morto precipitando dalla finestra della questura a Milano durante gli interrogatori per la strage.

Un libro-intervista in cui si svelavano le trame dietro la strage e gli anni bui che ne seguirono. «Questa è la storia che Licia Pinelli mi raccontò agli inizi degli anni Ottanta. Era rimasta appartata, quasi silenziosa per una decina di anni, da quell’inverno del 1969, quando la bomba fece strage alla Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana a Milano, suo marito Pino, ferroviere anarchico, precipitò da una finestra della questura e l’Italia scoprì che la democrazia era sotto attacco. Licia si era tenuta lontana dai riflettori concentrandosi in una tenace battaglia per ottenere giustizia sulla Giustizia. Non la ottenne.

Dopo dieci anni Licia fece forza sul suo severo riserbo e si decise a raccontare di sè e di quel che era successo. Scelse lei stessa di parlare e mi chiese di intervistarla. Non fu un percorso facile, per Licia fu come reimparare a parlare e a guardare dentro se stessa dopo anni di silenzio e autocensura.

Oggi, a distanza di tanto tempo, questo documento appare come un racconto di rara verità, chi vorrà scrivere la storia di quegli anni durissimi non ne potrà prescindere.» Il racconto è arricchito da una cronologia degli eventi più importanti dell’epoca e da un inserto di foto. Piero Scaramucci è nato a Praga l’8 gennaio 1937 e morto l’11 settembre scorso. Giornalista, inviato speciale alla Rai dove ha lavorato dal 1961 al 1992 per le testate radiofoniche e televisive, dal 1992 al 2002 è stato direttore di Radio Popolare, che aveva contribuito a fondare nel 1976. Ha svolto un’intensa attività sindacale: è stato consigliere della Federazione Nazionale della Stampa, cofondatore del Gruppo di Fiesole ed estensore dello Statuto della Fnsi del 1999. • © RIPRODUZIONE RISERVATA

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