LA TOUR MAESTRO DI LUCE

Georges de La Tour, La rissa tra musici e mendicantiGeorges de La Tour, Giobbe deriso da sua moglie
Georges de La Tour, La rissa tra musici e mendicantiGeorges de La Tour, Giobbe deriso da sua moglie
Francesco Butturini27.05.2020

Per questa eccezionale e affascinante mostra di un artista, quasi sconosciuto fino ai primi anni del secolo scorso (pittore cui si deve una quarantina di opere certe, di cui solo quattro fra le datate e le firmate), credo occorra una premessa, per comprendere e meglio gustare le sue scelte iconografiche, sia sacre che profane: Georges de La Tour (Vic-sul-Seilles 1593 – Lunéville il 30 gennaio 1652), era molto amico del poeta Alphonse Rambervillers (1553–1633), un fervente cattolico assai vicino al movimenti del francescanesimo, che proprio in quegli anni si stava diffondendo in Lorena, attirando l’attenzione e l’adesione dello stesso re Luigi XIII (1601 – 1643), detto Luigi il Giusto, piissimo, severamente educato dalla madre Maria de’ Medici. Tenendo presente questa breve premessa, ecco la mostra «La Tour – L’Europa della luce» in Milano a Palazzo Reale, curata da Francesca Cappelletti e Thomas Clement Salomon (cui si deve anche il ricco catalogo Skira), e che resterà aperta da domani al 27 settembre, con ingressi contingentati dal giovedì alla domenica (dalle 11 alle 19.30; il giovedì fino alle 22.30 e martedì 2 giugno apertura straordinaria; solo con prenotazione online su vivaticket.it.) È la prima mostra in Italia dedicata al pittore più importante del ‘600 francese, e agli artisti europei a lui coevi, con cui le sue opere si confrontano in mostra (Gerrit van Honthorst, Paulus Bor, Trophine Bigot, Frans Hals e altri) tutti, come dire, pervasi dal caravaggismo che, dalla morte del Merisi nel 1610, invase tutta la pittura europea, come esemplificato nella splendida mostra a Palazzo Reale nel 2005 «Caravaggio e l’Europa» ideata e curata da Vittorio Sgarbi. Da questo primo dato, anche se manca la documentazione, si è spesso supposto un viaggio in Italia dell’artista. Credo non ce ne sia bisogno, perché erano le opere di Caravaggio che andavano per l’Europa e quindi, perché no in Lorena, la terra di La Tour? La mostra si articola in otto sezioni, in cui quindici opere e una sedicesima attribuita a La Tour si confrontano con una trentina di opere dei pittori sopra citati e di altri. I temi comuni sono caratterizzati da una variazione a contrasto fra quelli diurni, realistici, spesso esempi di povertà assoluta e di miseria generale e i temi notturni, in cui il lume di una candela soffia su volti in meditazione silenziosa come l’opera di La Tour più famosa, Maddalena penitente (un olio su tela del 1635-40), che apre l’esposizione. Questa prima sezione è esemplare nel confronto con Arianna di Paulus Bor (1630-1635); Maddalena in meditazione di Jan Lievens (1625-31); Vanitas di Jacobbe (1640-35); Vanitas di Gerrit van Hontorst (1618); Allegoria della logica di Paulus Bor (1630-35). È la sezione esemplare per entrare nel mondo della luce e delle tenebre di La Tour e pittori coevi. Queste e le altre opere ti inquietano e ti attraggono andando oltre il nulla del buio che il lume delle candela maggiormente esalta. Come annota Francesca Cappelletti: «Le immagini di La Tour spingono ad aguzzare la vista per scoprire cosa si celi nelle tenebre, dove la luce della candela non riesce ad arrivare... sono quadri che ci mostrano più di quello che vorremmo vedere: la disperazione e la miseria della vita che giganteggia vicino a noi...» Decisamente «francescana» la scelta tematica della seconda sezione «Gli apostoli di Albi e le nuove immagini di santi»: di La Tour, San Giacomo Minore, San Giuda Taddeo, San Filippo; di Frans Hals (Anversa 1581-1585) San Matteo Evangelista, San Luca evangelista; di Jan van Bijlert (Utrecht 1587-98-1671) San Giovanni evangelista. Come in Caravaggio, i santi sono ritratti di gente comune, poveracci della strada o delle osterie. La terza sezione «Dopo Caravaggio» con le tele di van Honthorst (Cena con sponsali), di Adam de Coster, del Maestro del lume di candela, un San Gerolamo (1630-35) e La cattura di Cristo (1620), che diresti di La Tour, ma è meno carico il tocco del pennello; e una lucente Natività di Carlo Saraceni (Venezia 1585-1620). «Gli inganni del realismo» la quarta sezione: quattro modernissimi quadri al lume di candela di La Tour: Il denaro versato (1638?), La rissa tra musici e mendicanti (1625-1630), I giocatori di dadi (1651, una delle ultime opere del Nostro), La negazione di Pietro (1650) in cui l’analisi radiografica mostra una totale mancanza di pentimenti; La negazione di Pietro di Adam de Coster (1620-1630). La quinta sezione «Una povertà monumentale» con tre La Tour, Uomo anziano e Donna anziana (1618-19) e il quadro più grande del pittore: Suonatore di gironda con cane (un olio di 186–120 cm), una irruente testimonianza di questa sua umanità dolorosa e dolorante, accompagnata da un cane (il pittore viveva con undici figli e una vera e propria truppa di cani randagi). E sei incisioni d’epoca che rimandano a La Tour e soci. Quindi la sesta sezione «Dipingere le notti» che si apre con Giobbe deriso dalla moglie (l’unica opera firmata «G. de La Tour»), considerata uno dei capolavori del pittore e la piccola tela, Giovane che soffia su un tizzone del 1640, in cui la luce esplora le gote gonfie di un bimbo che, occhi socchiusi, soffia e si illumina. E poi il quadro che considero l’emblema religioso del francescanesimo di La Tour: L’educazione della Vergine (1650): al lume di candela una fanciulla dal tenue profilo popolano legge il libro che la giovane madre le porge e che la fanciulla rischiara proteggendo la fiammella con la mano in contro luce. Lavoro di un’arditezza cromatica eccezionale. La settima sezione «Un San Sebastiano di notte» espone solo San Sebastiano curato da Irene di La Tour (1640-1650). Infine la sezione ottava «La realtà delle solitudini» che si apre con San Giovanni Battista nel deserto (1649) in cui La Tour non fa vedere del deserto e del santo, ultimo profeta dell’antico Testamento che si raccorda con il Nuovo Testamento, se non la estrema gracilità del corpo e la pecora all’angolo a destra, dove la mano del santo sostiene una croce stilizzata. •