I PROMESSI SPOSI DELL’ABATE CALIARI

L’ex voto per la liberazione di Angiolina nella chiesa dell’Altarol
L’ex voto per la liberazione di Angiolina nella chiesa dell’Altarol
Emma Cerpelloni23.05.2020

Un secolo fa, il 9 maggio 1920, moriva a Poiano, nella sua villa, l'abate Pietro Caliari, una figura di letterato che, in questo ultimi anni, è stata oggetto di nuovi studi e di pubblicazioni. Ordinato sacerdote nel 1865, Caliari, che era nato nel 1841, fu insegnante di belle lettere in varie scuole tecniche di Verona, dove ebbe come allievo anche Emilio Salgari, il futuro celebre romanziere. E, a proposito di personaggi famosi, l'abate era molto amico di san Giovanni Calabria: una rara foto li ha mostrati insieme. Ma lo stesso Caliari era, ai suoi tempi, una figura di spicco. Autore di vari componimenti letterari in versi e in prosa, è ricordato soprattutto per il romanzo «L'Angiolina» (1884), ma anche per uno studio sul «Tesoro» di Brunetto Latini, per le raccolte di «Antiche villotte e altri canti del folklore veronese» (1900) e per una documentata biografia del suo antenato Paolo Caliari, detto il Veronese (1888). Sei anni fa, nel 2014, la Biblioteca Civica gli ha dedicato una interessante mostra intitolata Pietro Caliari, scrittore e storico, da l'Angiolina al Veronese, curata da Agostino Contò. Sono stati mostrati i documenti del Fondo Pietro Caliari, composto da 38 faldoni con pubblicazioni, materiali di studio, fotografie, corrispondenza familiare e di lavoro, acquisiti tra le raccolte della Civica. Vi sono anche i materiali preparatori, le schede e gli appunti di lavoro, che permettono di illustrare la genesi del libro dedicato al Veronese e l'epistolario, che rivela la notorietà di Caliari nel suo tempo. Inoltre, l'abate è stato anche presidente della Società letteraria, che riuscì a risollevare dopo un periodo di crisi. Ma Caliari va ricordato soprattutto per l'Angiolina, che resta il più famoso romanzo storico di fine ottocento. Nel 2009 è stato ripubblicato dalla Comunità parrocchiale di Santa Maria in Stelle, curato da Luigi Antolini. E’ un romanzo storico di stampo manzoniano, scritto alla fine dell’Ottocento, ma ambientato nel Seicento (nel 1675 per la precisione), che racconta il rapimento di una ragazza, da parte del conte Provolo Giusti, modellato sull'esempio di don Rodrigo, con la complicità del fratello Zenovello. Il conte, con l’aiuto di Paolo Bianchi, il brigante di Falasco, e dei suoi uomini, chiamati “buli”, rapisce la giovane, che non sopporterà la violenza e morirà. Ma, a differenza dei “Promessi sposi” di Manzoni, i due conti Giusti non rimarranno impuniti dalla giustizia umana: Provolo, arrestato e processato, sarà decapitato a Venezia in piazza San Marco. Anche Zenovello, che verrà catturato dopo il fratello, sarà giustiziato. Provolo e Zenovello appartenevano al ramo nobiliare dei Giusti di Santa Maria in Stelle, dove avevano un grande palazzo che venne demolito dalla Serenissima. Nella prefazione alla prima edizione del romanzo, nel 1884, Caliari racconta che ha pubblicato l'opera su sollecitazione proprio del suo vulcanico alunno, Emilio Salgari. Ha lasciato scritto l’abate: «Questo racconto fu da me condotto a termine da quasi dieci anni ma fu abbandonato in un canto del mio scrittoio... Non l' avrei tolto di lì per ragione alcuna; senonché, il signor Salgari Emilio, un giovane egregio quanto modesto, che fu già mio allievo, … mi ha incoraggiato, mi ha dato validissimo aiuto materiale e morale». Ma proprio a proposito di questa annotazione, è emerso di recente un retroscena curioso. Nel volume di Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi, edito nel 2012, intitolato Emilio Salgari, la macchina dei sogni, viene pubblicata una lunga lettera, del conte Vittorio Cavazzocca Mazzanti al capitano Umberto Bertuccioli che stava raccogliendo notizie su Salgari. La lettera è datata 14 agosto 1924, quando l'abate era morto da quattro anni. In questo scritto, Cavazzocca ricorda che Salgari «si era lagnato per il fatto che il Caliari aveva detto poco di lui. Pare che il Salgari abbia dovuto rifare in gran parte il romanzo: quindi si può ammettere che Emilio sia collaboratore dell'autore dell'Angiolina». Queste le parole di Cavazzocca e questo fatto viene riportato anche da Silvino Gonzato, ne La tempestosa vita di capitan Salgari del 2015. Va però detto che, dopo quella prima edizione, ne seguirono altre sei, dato che quest’opera letteraria tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento aveva avuto una grande fama. Il testo pubblicato dalla Comunità di Santa Maria in Stelle è stato tratto dall’ultima edizione del romanzo, la settima, uscita dalla Libreria editrice Braidense di Verona, nel 1909, nella quale l’autore ha introdotto molte varianti ed aggiunte rispetto alle edizioni precedenti. Non sappiamo e non sapremo mai, ovviamente, se le varianti di Caliari riguardavano le parti scritte da Salgari. Ad ogni modo ha ragione Silvino Gonzato: non c'è nulla dell'autore di Sandokan e del Corsaro nero nella storia di Angiolina. Va ricordato, comunque, che, Salgari in quel periodo non solo aveva aiutato il suo vecchio insegnante, ma aveva iniziato la sua attività di giornalista e di scrittore: per il quotidiano "La Nuova Arena", commentava gli avvenimenti di politica internazionale usando lo pseudonimo di Ammiragliador, si occupava di cronaca teatrale come Emilius e ha scritto, in rapida successione, un racconto e due romanzi di appendice: Tay See, La Tigre della Malesia e La favorita del Mahdi. L'abate Caliari poteva tenersi la fama dell'Angiolina tutta per sé. • © RIPRODUZIONE RISERVATA