Gli orizzonti appenninici e il bosco di Campani

27.05.2020

Il nuovo romanzo di Sandro Campani, dopo «Il giro del miele» di tre anni fa, sempre ambientato tra paesi e boschi dell’Appennino emiliano, ha, viene da dire, un alto peso specifico, non perché pesante, anzi, ma perché molto denso grazie alla sostanza e intensità della scrittura, quasi un parlato mimetico, non neutrale, pur nella misura del quotidiano, del racconto di una vita che scorre senza che accada nulla di eccezionale. È proprio in questo la forza di «I passi nel bosco» (Einaudi, pp. 242, 19,50 euro), nella resa della densità di sentimenti, amori, rancori, timori, speranze, timidezze e colpi di testa di una piccola comunità che diventano così vivi ed esemplari, coinvolgendoci in questa rete di rapporti, in una coralità di interventi, tutti in prima persona, diversi punti di vista ognuno che va avanti, aggiunge qualcosa, creando curiosità, facendoci vivere un’attesa che si scioglie nella delusione di tutti, specie nei confronti di Luchino, il personaggio che, unico a non prendere mai la parola, fa da perno a pettegolezzi e curiosità di quelle poche case, un bar e un albergo diffuso in via di restauro ma sperso sui monti, quindi praticamente senza futuro. Al centro delle giornate di cui si racconta, il taglio del bosco, da tempo abbandonato, che soffre per gli alberi che inevitabilmente dovranno venir tirati giù, selezionati secondo una sapienza antica per far legna, ma anche ridar aria agli altri. Un’operazione reale e simbolica e cui parteciperanno in molti, e altri vorranno assistere e quindi arriveranno sapendo che si troveranno tutti lì, e il fatto, che coincide col ritorno di Luchino, diventa allora il momento di una sorta di naturale resa dei conti della piccola comunità disgregata e dei suoi individui in cerca di un’identità, che è come l’avessero perduta in un mondo totalmente cambiato, tranne il bosco, con i suoi ritmi, i suoi bisogni di essere mantenuto perché torni a vivere. •