COLLEZIONISTI DA CAPOGIRO

Paul Cézanne, Ritratto di Victor Chocquet, 1877Berthe Morisot, Giovane donna che annaffia un arbusto, 1876
Paul Cézanne, Ritratto di Victor Chocquet, 1877Berthe Morisot, Giovane donna che annaffia un arbusto, 1876
Silvio Lacasella 23.12.2019

Nel giro di pochi anni, al passaggio del nuovo millennio, sono morti due tra i più straordinari collezionisti d’arte del Novecento: Paul Mellon (1907-1999) e Hans Heinrich Thyssen-Bornemisza (1921-2002), americano uno, nato in Olanda e naturalizzato svizzero l’altro. Il primo, figlio di uno degli uomini più ricchi al mondo, Andrew Mellon, segretario del Tesoro per oltre dieci anni e fondatore della banca che ancora oggi porta il suo nome; mentre, il padre del secondo era il Barone Heinrich, esponente di un ramificato e tuttora influente impero economico industriale, in parte legato all’acciaio. Industriale dell’acciaio fu anche Henry Clay Frick (1849-1919), «dal cuore di ghiaccio», che pure raccolse con ingordigia una serie di opere fantastiche, oggi visitabili nell’originaria dimora sulla Quinta Strada a New York. In tutti loro, inoltre, alla passione, mossa e motivata da stati d’animo diversissimi, ma collegati come pagine di diario, si aggiunge la consapevolezza di non aver solo accumulato tesori, ma segnato, con le loro scelte, un percorso indelebile. Quando non prevale l’invidia, avventurarsi in queste storie è a dir poco affascinante. Dalla formidabile raccolta Shchukin (1854-1936), commerciante di tessuti, a quella ricchissima di Jean Paul Getty (1892-1976), magnate del petrolio. Fu, invece, dai proventi delle risorse minerarie che arrivarono i dollari che permisero a Solomon R. Guggenheim (1861-1949) di istituire una Fondazione di cui non occorre dire tanto è universalmente preziosa; lo stesso vale per sua nipote Peggy (1898-1979), col suo scrigno d’arte in Palazzo Venier dei Leoni a Venezia. Citare Thannhauser porterebbe lontano. Non sono rari, infatti, i mercanti d’arte che, oltre ad aver molto venduto, non poco hanno conservato: dalla Fondazione Maeght a Saint-Paul-de-Vence, alla Beyeler a Basilea. Dunque, nella diversità delle preferenze, queste e molte altre collezioni contengono al loro interno un imprescindibile obiettivo: evitarne lo smembramento nei passaggi generazionali. Al fascino di ogni singola opera si aggiunge la continuità di un racconto che si perpetua nel tempo. Le sale di Palazzo Zabarella, a Padova, dopo aver approfondito nel 1918 due di queste storie per immagini, ospitano una selezione di settanta opere provenienti dalla vastissima collezione Mellon. Si tratta del nucleo della Mellon Collection of French Art del Virginia Museum of Arts (mostra a cura di Colleen Yarger). Un’occasione difficilmente ripetibile, che consente di ammirare capolavori noti affiancati ad opere meno conosciute, ma non per questo meno intense, in grado di amplificare nel visitatore, di sala in sala, la sensazione d’incredulità immaginandole tutte assieme, vicine a molte altre (il lascito Mellon supera ampiamente le mille opere) sparse in ambienti privati, tra soggiorni e camere da letto. La mostra inizia con due opere poste come preziose frecce ad indicare l’inizio non tanto cronologico, quanto emotivo del percorso, Fantino a cavallo di Théodore Géricault (1821/22) e Giovane donna che innaffia un arbusto, tela dipinta da Berthe Morisot nel 1876. Grande infatti era la passione di Paul Mellon per l’equitazione, tanto è vero che poteva vantare una scuderia con veri campioni. Il primo acquisto, non a caso, fu un quadro di Stubbs dal soggetto assai simile, visto durante il soggiorno di studio in Inghilterra, a Cambridge, nel 1931. A Padova, però, sono confluite solo opere realizzate in Francia, tra la metà dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo. Ci sono i cavalli di Delacroix e di Degas. Con Berthe Morisot ci si avvicina invece a Bunny Lambert, sposata da Mellon in seconde nozze e appassionatissima di arte francese, oltre che di giardinaggio e orticoltura. Sarà lei a suggerirne gran parte delle scelte: «Furono il suo entusiasmo, il suo gusto e le sue doti intuitive che, come fiammiferi buttati su una catasta di legna secca, fecero divampare in me quel fuoco», scrive Mellon nel 1986. Courbet (Ritratto di Gustave Chaudey), Cezanne (Ritratto di Victor Chocquet), Monet (Campo di papaveri , Giverny), Van Gogh (Barca-lavatoio sulla Senna ad Asnières e Margherite), Renoir (Il figlio dell’artista, Jean, mentre disegna), tutti presenti a Padova. Così come Manet, Sisley, Redon, Fantin-Latour, Utrillo, Caibellotte, Seurat, Rousseau il Doganiere, Picasso, Braque, Van Dongen, solo per ricordarne una parte. La mostra è divisa per sezioni: Fiori, Parigi, il tema dell’Acqua, della Campagna francese. Tra i ritratti, troviamo ancora Degas con un quadro di infinita bellezza, Madame Julie Burtey, il cui fascino forse aumenta anche grazie al contrasto che si crea tra lo sfondo, lasciato incompiuto, e i precisi lineamenti del volto, debitori della grande pittura italiana. Proprio come l’impressionante e irripetibile collezione Mellon, incompiuta come tutte, tanto quanto lo è ogni impresa scandita dall’obbligatorietà della fine, ma perfetta nell’intima sua essenza. (Fino all’1 marzo 2020, tutti i giorni 9.30-19, Fondazione Bano e Comune di Padova, col sostegno tra gli altri di Bper Banca, Porsche, Despar, Carron, Antenore) •