Cristicchi e il senso della felicità
nelle «piccole cose»

Simone Cristicchi in «Manuale di volo per uomo»Simone Cristicchi a Sanremo
Simone Cristicchi in «Manuale di volo per uomo»Simone Cristicchi a Sanremo
Alessandra Galetto 03.04.2019

Non più narratore ma, per la prima volta, attore. Simone Cristicchi arriva venerdì alle 20.45 sul palco del Teatro Camploy, nell’ambito della rassegna L’altro teatro, con il suo ultimo spettacolo «Manuale di volo per uomo», un testo scritto da lui e da Gabriele Ortenzi con la collaborazione di Nicola Brunialti, che vede alla regia Antonio Calenda, una nuova produzione di Teatro Stabile d’Abruzzo, di cui Cristicchi è direttore, e Centro teatrale Bresciano. Non più un testo ispirato alla storia passata, come era ad esempio «Magazzino 18» , sul dramma dell'esodo istriano, giuliano e dalmata nel secondo dopoguerra, ma una favola metropolitana ambientata nel mondo attuale, ricca di emozione, stupore e poesia. Come ci racconta lo stesso Cristicchi.

«Manuale di volo per uomo» è dunque una svolta sia per il tema che per la forma, quella del teatro drammaturgia e non più teatro narrazione?

Proprio così. Fino a qualche tempo fa ero più portato ad indagare i fatti storici, da qualche tempo ho sentito invece l’esigenza di tornare alla filosofia, alle grandi domande sull’essere umano, e di condividere le mie scoperte e riflessioni con il pubblico assumendo per la prima volta il ruolo di attore e non di narratore: un modo per vivere più totalmente queste storie. Divento così Raffaello, un quarantenne che potremmo definire border line, che si trova davanti ad un letto d’ospedale che un corpo morente, quello della madre, che lo chiama e di fronte al quale mette in scena la sua esistenza.

Raffaello è un adulto border line nel senso che è rimasto bambino, ha poteri «speciali» come quello di vedere le piccole cose della vita che nascondono un’infinita bellezza. Per questo può volare, come recita il titolo?

Il suo motto è «niente è più grande delle piccole cose» e in realtà il senso di questo lavoro sta tutto qui. Raffaello infatti ha vissuto un periodo di violenze e solitudine ed è stato poi adottato da persone del suo quartiere: un incontro che ha cambiato la sua vita, come accade appunto con i veri incontri. In questa storia, in questo personaggio racconto la mia necessità di ripartire dalle priorità, dal necessario: siamo sommersi dal superfluo e non vediamo più la bellezza. In questi anni ho fatto alcune esperienze fondamentali, sono stato in una baita sperduta in Trentino per scrivere, pensare e sentire la natura e lì ho immaginato tutto questo. Non a caso il simbolo dello spettacolo è il tarassaco, il fiore del soffione, che cresce anche dall’asfalto.

Anche in altri suoi lavori, penso a «Secondo figlio di Dio», e nelle sue canzoni, lei spesso sceglie come protagonisti «diversi», personaggi dotati di una prospettiva altra rispetto ai «normali». C’è qualcosa di autobiografico?

C’è sempre. Per esempio Raffaello supera la sofferenza anche attraverso l’arte, alla fine è la pittura che lo salva dalle sue ferite. Così è capitato anche a me: ho perso mio padre a 12 anni e l’arte è stata il contenitore per affrontare e insieme tenere a bada la sofferenza. I «diversi» poi sono quelli che sanno vedere oltre, offrono nuove chiavi di lettura della realtà.

C’è anche la musica in questo spettacolo?

No, è uno spettacolo di prosa. Alla fine proietto dieci minuti di anteprima di un documentario che sto realizzando sulla felicità e in conclusione sì, canto «Abbi cura di me». •

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