La Cassazione conferma
la condanna ai Brunelli

Marisa Brunelli in tribunaleL’avvocato Alberto LorussoIl maresciallo dei carabinieri aggredito dai BrunelliMarisa Brunelli colpisce il carabiniere con un cellulare alla fronteAltra fase dell’aggressione al maresciallo di Grezzana
Marisa Brunelli in tribunaleL’avvocato Alberto LorussoIl maresciallo dei carabinieri aggredito dai BrunelliMarisa Brunelli colpisce il carabiniere con un cellulare alla fronteAltra fase dell’aggressione al maresciallo di Grezzana (BATCH)
Giampaolo Chavan07.02.2017

È stata la Cassazione a scrivere i titoli di coda della lite tra i carabinieri e i quattro componenti della famiglia Brunelli, avvenuta a Cerro il venti agosto 2011. L’ha fatto con una doppia sentenza, arrivando addirittura fino ad una sorta di «quarto grado» perché il difensore dei Brunelli aveva presentato un ricorso straordinario per errore di fatto nella sentenza della Corte di Cassazione, depositata il 18 marzo 2016.

E così un paio di mesi fa, i giudici della Suprema corte hanno chiuso la vicenda che così tanto clamore mediatico aveva suscitato arrivando fin sugli schermi della tivù in due puntate di Chi l’ha visto e poi in un video della lite che aveva letteralmente spopolato sul web.

La Cassazione ha così confermato le condanne già inflitte in primo grado dal giudice Sandro Sperandio e poi confermate in appello con la sola assoluzione del padre. Sono, quindi, diventate definitive le pene ad un anno con pena sospesa a carico di Marisa Brunelli, 57 anni, e il fratello Giampaolo, 52 mentre alla madre di 84 anni sono stati inflitti sei mesi.

IL FATTO. La discussione, avvenuta il 20 agosto del 2011, prima molta accesa e poi trasformatasi in un’aggressione ai carabinieri a suon di spintoni e pugni era nata per il rifiuto da parte dei Brunelli di rimuovere la loro sulla strada. Da qui erano nate le accuse, formulate dalla Procura, di resistenza a pubblico ufficiale oltre che di lesioni che hanno trovato poi pieno riscontro nella decisione della Corte di ultima istanza.

LA DIFESA. E pensare che erano state lanciate parecchie frecce dall’arco della difesa, rappresentata in Cassazine dall’avvocato Andrea Rossi contro l’impianto acusatorio. Primo di tutto il vizio nella motivazione della sentenza. Poi una condotta arbitraria del sindaco perchè non era stata raggiunta la prova sulla natura della proprietà pubblica o privata dell’area dov’era parcheggiata l’auto. Da qui, aveva eccepito ancora la difesa, il carattere arbitrario dell’intervento dei carabinieri. Altra nota dolente, ha sostenuto sempre la difesa, «l’omessa considerazione da parte della corte territoriale (i giudici d’appello ndr) della difesa del filmato girato dagli stessi carabinieri sulla dinamica degli eventi». La stessa contestazione è rivolta anche al giudice di primo grado sulla base del concetto che («il filmato) è «una prova rilevante la cui acquisizione avrebbe determinato», riporta la sentenza numero 16.101 della Cassazione, l’adozione di una decisione completamente diversa da quella impugnata.

RICORSI RIGETTATI. Di fronte a queste obiezioni, però, la Corte ha abbassato definitivamente il sipario sulla vicenda, respingendoli tutti nelle otto pagine della sentenza. Ad iniziare dalla condotta arbitraria dei carabinieri, derivata a sua volta dall’infondatezza dell’ordinanza del sindaco. «Questa connotazione», tagliano corto i giudici della Suprema corte, «non si trasmette automaticamente dell’operato dei pubblici ufficiali». Anche perchè i rappresentanti della forze dell’ordine non possono certo sindacare «l’intrinseca legittimità» dei provvedimenti adottati dalla pubblica amministrazione. Anche sulla questione del video mai visionato nelle varie fasi del processo, i giudici di ultima istanza non hanno dubbi: i giudici della corte d’appello, riporta in sostanza la sentenza della corte d’appello, «hanno espressamente argomentato per la completezza del materiale probatorio acquisito, composto fra l’altro di fotogrammi estrapolati da film». I giudici della Cassazione hanno concluso per il rigetto dei ricorsi e la condanna della famiglia Brunelli al pagamento delle spese processuali nonché a quelle delle parti civili, pari a 4.200 euro, rappresentate nelle fasi del processo dagli avvocati Alberto Lorusso e Saverio Ugolini.

«IL QUARTO GRADO». All’esito del ricorso in Cassazione, i Brunelli, però, non si sono dati ancora per vinti e hanno presentato un ricorso straordinario sempre alla Cassazione per un errore di fatto nella sentenza della stessa Corte. Nella loro decisione, i giudici capitolini, infatti, avevano fatto riferimento ad un’ordinanza sindacale ma in realtà, si trattava di una «richiesta diretta del sindaco». Da qui l’errore che la stessa Corte di Cassazione definisce come «indiscutibile». Questa svista, però, non viene ritenuta dalla Corte come decisivo «sul processo formativo della volontà e sulle valutazioni compiute da questa corte», riporta la sentenza numero 51.094 di poco meno di tre mesi fa.