Alba di paura ma il parroco non fu fucilato

Don Antonio Fasani, dopo la guerra, con alcuni suoi parrocchiani di Lughezzano di Bosco Chiesanuova Don Antonio Fasani (1907-1992)
Don Antonio Fasani, dopo la guerra, con alcuni suoi parrocchiani di Lughezzano di Bosco Chiesanuova Don Antonio Fasani (1907-1992)
Vittorio Zambaldo 12.08.2018

Sono passati quasi 74 anni da quella notte del 22 ottobre 1944 quando la piccola frazione di Lughezzano fu svegliata di soprassalto dall’arrivo di tre camion con un centinaio di Camicie nere fasciste, con alcuni soldati e ufficiali tedeschi che circondarono il paese piazzando grosse mitragliatrici sulle strade ed entrando nelle case. Obiettivo era il giovane parroco don Antonio Fasani, 37 anni compiuti da tre mesi, accusato di attività antifascista, di collaborazione con i partigiani e di nascondere Vera Marozin, di appena 21 mesi, figlia di Giuseppe, detto Vero, comandante partigiano della Divisione Pasubio e di sua moglie, Rosa Ines Franchetti, anche lei attivamente impegnata nella Resistenza. La bambina era stata sequestrata alla nonna a cui era stata affidata dai genitori a Pasquali di Crespadoro (Vicenza) e trasferita a Verona, prima dalle Orsoline e poi alla Casa dei lattanti in via del Pontiere, dove fu rapita da due partigiani travestiti da SS, ma le versioni sulla rocambolesca liberazione sono discordanti. Corrisponde a verità invece il trasferimento della piccola a Lughezzano, dove al parroco era stato chiesto dagli stessi genitori di poterla accogliere e nascondere. Se ne occuparono le suore Canossiane che là avevano una casa dalla quale provvidero poi a trasferirla a Costermano dove erano accolti altri orfani e dove la piccola Vera rimase fino alla fine della guerra. In precedenza una squadra di fascisti aveva fatto irruzione alla Rocca, sulla strada per Erbezzo, dove viveva Luigi, fratello di don Antonio, con moglie e quattro figli piccoli: erano convinti che la figlia di Marozin fosse nascosta tra quei bambini. Il padre, malmenato e sanguinante, fu condotto sul camion fino a Lughezzano, dove si sarebbe dovuta svolgere la rappresaglia contro il parroco e i suoi fiancheggiatori. Leone Fasani, il nipotino di appena 8 anni, fu testimone oculare perché viveva con lo zio parroco e la nonna Elisabetta Benedetti. Ne parlò per la prima volta all’Arena quattro anni fa in occasione della commemorazione sulla piazza di Lughezzano dello zio e del martirio del partigiano Giovanni Morandini, ucciso in seguito a un attentato non andato a buon fine a Bosco Chiesanuova contro il comandante dei carabinieri del paese, particolarmente zelante nei rastrellamenti di tanti giovani renitenti ad arruolarsi con la Repubblica sociale italiana. «Dormivo con la nonna e fummo svegliati alle 4 del mattino: c’era la canonica circondata da fascisti, saliti con due camion per un rastrellamento. Dopo la messa l’intera canonica fu buttata all’aria alla ricerca di prove che lo zio fosse colluso coi partigiani. Poi lo portarono a Bosco, dove c’era la caserma delle Brigate Nere», raccontò Leone, «dicendo prima alla nonna di star tranquilla che lo avrebbero portato a Verona e che il giorno dopo sarebbe tornato». Tornò invece il venerdì successivo e il primo a vederlo fu proprio Leone che stava seduto sul muretto del sagrato e vide il camion salire da Lugo. «Lo zio era in piedi al centro, su un camion pieno di fascisti. Io sono corso in casa a chiamare la nonna. Arrivati in piazza, fecero suonare le campane per richiamare la gente del paese e mio zio fu portato in canonica scortato da due fascisti. Lì ho sentito uno dei due dire alla nonna: “Saluti suo figlio perché è l’ultima volta che lo vede”». La donna ebbe la forza di rispondere: «La Madonna ha dato suo figlio innocente; io do il mio». In piazza si era infatti schierato il plotone di esecuzione, mentre a don Fasani era stato concesso di ritirarsi nella sua camera per scrivere il testamento. La messinscena dell’esecuzione (non fu la prima e vi furono poi altre minacce di morte per il sacerdote) ebbe termine quando il plotone, innervosito dal passare dei minuti e dal timore di un attacco partigiano perché la piazza era sotto tiro dai boschi vicini, cominciò a sparare in aria e verso i monti, prima di caricare di nuovo don Antonio sul camion e riportarlo a Verona dove subì lunghi interrogatori. La condanna a morte venne commutata in deportazione e infine, per interessamento del vescovo Girolamo Cardinale, in reclusione nel seminario fino al 25 aprile 1945 quando allo scoppio dei ponti sull’Adige il sacerdote fuggì per tornare dalla sua famiglia e poi a Lughezzano. •

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