Paola cerca il riscatto dopo il «crollo» della vita

Paola Pezzaniti, giovane donna in cerca di riscatto per sé e per il figlio FOTO AMATO
Paola Pezzaniti, giovane donna in cerca di riscatto per sé e per il figlio FOTO AMATO
Francesca Lorandi 22.08.2018

«Era sera, tardi. Tra me e mio figlio l’ennesimo litigio: lui continuava a bigiare la scuola, usciva con brutte compagnie, faceva quel che voleva. Mi aggredì fisicamente, io reagii allontanandolo, lui si buttò a terra, urlando come se lo avessi picchiato. Mi fece paura, chiamai subito il 118. E insieme all’ambulanza si presentarono due poliziotti». C’è, talvolta, nelle esistenze, uno spartiacque, un episodio che succede e dopo il quale nulla è come prima, nel bene o nel male. Ma il riscatto si cerca, sempre. Alla signora Paola Pezzaniti è successo proprio così. Quell’episodio col figlio, successo due anni, fa segnò una svolta nella sua vita. Perché se per lei nulla non fu mai facile, tra relazioni fallite, un madre che la lasciò dopo una brutta malattia, la ricerca continua di un lavoro, quella sera qualcosa in più si strappò. E suo figlio, che allora aveva 11 anni e le confusioni di un preadolescente, finì per allontanarsi ancora di più da lei per arrivare poi in una casa famiglia della provincia. Paola ha 39 anni e la sua voce spesso si spezza. La donna si sente sfinita, da sempre costretta a scalare «montagne». «In realtà la mia vita è precipitata quattro anni fa», spiega, «da quando è morta mia mamma. Lei viveva a Porto San Pancrazio, io nella casa accanto, ereditata da mia nonna. Con me vivevano il mio compagno e mio figlio: ora non ho più né l’uno né l’altro». Andava tutto bene, almeno apparentemente, fino a quando l’uomo perse il lavoro perché la ditta che lo aveva assunto chiuse. «Rimase a piedi, iniziò a prendersela col mondo e con me, mi rinfacciava di non fare abbastanza per lui e per nostro figlio. C’erano problemi economici, nessuno dei due lavorava. Le tensioni erano continue, così come i litigi. Mi mancava di rispetto, alle volte arrivò anche alle mani. In quegli stessi mesi mia mamma si ammalò di tumore, le feci da figlia e da infermiera. Fino a quando se ne andò». Passarono pochi mesi e anche il compagno la lasciò. Sola, senza un lavoro, con quel ragazzino che assorbiva dolori, tensioni, sofferenze trasformando le emozioni in aggressività. «Era un adolescente arrabbiato, frequentava brutte compagnie, non mi diceva dove andava, cosa faceva, saltava la scuola. Io non riuscivo a trovare un impiego, i soldi pian piano finivano, non sapevo dove sbattere la testa. Furono coinvolti anche i servizi sociali, cercarono di darmi una mano, ma non cambiò nulla. Decisi di vendere casa e trasferirmi a San Giovanni Lupatoto: in un contesto più piccolo forse anche lui avrebbe trovato più serenità e forse io sarei riuscita a trovare un lavoro per mantenere me e lui. Invece non cambiò nulla». Continuarono i litigi e anche le aggressioni. «Quella sera, erano le 23.30, stavamo discutendo. Aveva bigiato ancora una volta la scuola. Mi mise le mani addosso, cercai di respingerlo. Lui si gettò a terra urlando, come se gli avessi fatto chissà cosa. Mi spaventai, mi sentii impotente e inadeguata, e chiamai l’ambulanza». Arrivarono anche due poliziotti che subito inquadrarono la situazione, capirono che da parte della donna non c’era stato alcun maltrattamento. La segnalazione dell’episodio dopo poche ore era sulla scrivania degli assistenti sociali di San Giovanni Lupatoto che si misero subito in moto. Il ragazzino venne affidato a una comunità della provincia dove, da un paio di anni, vive con altri nove giovani problematici. «Lì ha imparato a convivere con gli altri, ad essere autonomo, ad andare a scuola con l’autobus e gestire i suoi spazi», dice Paola, «ma dopo aver perso il papà ora è lontano anche dalla sua mamma. I pochi soldi che ho, li uso per prendergli da vestire, è pur sempre un adolescente che a scuola fa i conti con i coetanei. Ma non ho l’auto e non riesco ad andare a trovarlo quanto vorrei. Con i mezzi pubblici ci vogliono ore per arrivare da lui. Mi manca, so di mancargli». All’angoscia per quel figlio ora si aggiunge quella per la casa. Paola ha dovuto abbandonare quella di San Giovanni Lupatoto. Ha trovato una camera, nello stesso comune, dove è potuta restare solo due mesi. A luglio è arrivata in città, in un appartamento per studenti universitari dove ha preso il posto di una ragazza che, il primo settembre, tornerà. «Mi ritroverò in mezzo a una strada, perché senza un lavoro nessuno mi affitta una casa. Ed è giusto: nella mia situazione con che soldi potrei pagarla? Nei prossimi giorni incontrerò l’assessore di San Giovanni: il Comune mi aiuta da tempo, chiederò una mano per la ricerca di un alloggio. Vorrei la mia dignità, vorrei assicurare un futuro a mio figlio, degli studi, la serenità che io non ho avuto. E per questo chiedo aiuto». •