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La fratellanza Storia di alpini nell’inferno russo

Il monumento di Opyt lungo il difficile percorso della ritirata di Russia
Il monumento di Opyt lungo il difficile percorso della ritirata di Russia (BATCH)
Alessandra Scolari13.01.2018

In quell’inferno gelido, di feriti e congelati, persone deliranti o imploranti aiuto, non c’era tempo per pensare. Chi aveva un briciolo di forze aiutava il vicino per fargli guadagnare qualche metro in più, o magari per salvargli la vita. Nello scenario tragico della ritirata di Russia si scrisse la storia di Marco Adami e Angelo Righetti, di Grezzana, rispolverata in occasione del pellegrinaggio di reduci e alpini a Soave, al monumento nazionale di Nikolajewka, da Luigi Albrigi, presidente dell’Associazione dei combattenti e reduci di Grezzana e ricercatore di fatti e vicende della seconda Guerra mondiale. Albrigi ha raccontato dei due concittadini che scoprirono solo dopo dieci anni l’intrecciarsi delle loro vite in guerra e sul Don. Erano gli alpini Angelo Righetti (1915-1970) nato a Romagnano e Marco Adami (1919-1994) nato a Parona ma che a fine della guerra arrivò a Grezzana con la famiglia sfollata, dopo che la sua casa era stata rasa al suolo dai bombardamenti. Righetti, del Battaglione Verona, il 10 giugno 1940, è inserito nella Divisione Tridentina e inviato sul fronte francese. Adami è anch’egli inquadrato nella Tridentina. Entrambi, alla fine del 1940, sono spostati sulle montagne dell’Albania per combattere contro la Grecia. Nel luglio del ’42, sempre con la Tridentina, sono sul fronte russo e l’anno dopo affrontano la tragica ritirata sul Don. L’inferno. Righetti, della pattuglia sciatori, ricordava «morti dal freddo e dalla stanchezza ci rifugiavamo nelle isbe, lungo il percorso e mentre il corpo si riposava e ci si scaldava, avevamo il terrore dei partigiani sovietici che perlustravano le case agricole. Erano solo poche ore». Il 19 gennaio c’è l’attacco del Battaglione Verona al nemico appostato a Postojali, ma a Nowa Stefanowka, vicino a Opyt il giorno dopo cade il capitano Libero Vinco, Medaglia d’Oro al Valor Militare. Raccontava Adami: «Finite le munizioni dei pezzi da 75/13, per fermare i carri armati russi T 34 che rincorrevano la colonna dei disperati in ritirata, il capitano Vinco e alcuni artiglieri imbracciarono le mitragliatrici: ma non tornarono più. Con il loro eroismo salvarono la colonna da sicura carneficina e noi potemmo raggiungere la testa della colonna». È colpito anche Angelo Righetti dalle schegge di un mortaio a un ginocchio e trasportato in un’isba (che prima di sera si riempie di feriti e di congelati). Qui Righetti oltre al dolore fisico è colto dallo scoramento: non può più andare avanti. Il mattino seguente la solita prassi: ricomposizione dei reparti, chiamata dei soldati sani e dei feriti lievi, mentre quelli gravi rimangono nelle isbe, in attesa di morire o degli infermieri con la slitta-ambulanza. Gli infermieri (in coda) devono controllare i malati. Tra loro l’artigliere Marco Adami, il quale in un’isba, steso su un tavolo ancora con la tuta bianca da sciatore trova un alpino immobilizzato «in due mi caricarono nella slitta-infermeria, sopra altri feriti e congelati. Quando ci penso sento ancora le urla di dolore dei feriti. Di buono quell’infermiere aveva il cuore. Quella slitta fu la mia salvezza», ricordava sempre con gratitudine Righetti. Scampati dalla tragedia di Russia, come altri alpini, i due vengono però catturati dai tedeschi e mandati nei campi di prigionia in Germania per due anni. Poi il ritorno a Romagnano. Angelo Righetti cura i vitigni della famiglia Ederle. Mentre Marco Adami a Grezzana fa il sellaio e il materassaio. Nel 1954. Camillo Ederle chiama Marco Adami nella sua casa di Romagnano per la manutenzione dei materassi. Qui sull’aia incontra un giovanotto, forte e robusto che fa il cantiniere: sta travasando il recioto. Forse il clima e il profumo del vino incentiva il dialogo tra i due. L’argomento finisce subito sulla ritirata di Russia e sul miracolo di quella slitta-infermieri. È così che Marco Adami scopre di aver davanti l’uomo che ha salvato dieci anni prima nell’isba sul Don. È Angelo Righetti. «Mollarono tutto, si abbracciarono e festeggiarono. Tra loro nacque una forte amicizia fatta di stima e rispetto» racconta Luigi Albrigi. •

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