«Gli ho detto: non ti denuncio E mi sono salvata dalla morte»

Il tavolo dei relatori tra i quali il  pm Elvira Vitulli, il comandante dei carabinieri Ettore Bramato, Lidia Vivoli, Gessica Notaro e la crimonologa e volto della tv Roberta Bruzzone
Il tavolo dei relatori tra i quali il pm Elvira Vitulli, il comandante dei carabinieri Ettore Bramato, Lidia Vivoli, Gessica Notaro e la crimonologa e volto della tv Roberta Bruzzone
Katia Ferraro 31.05.2018

Un abbraccio tra due donne unite da una storia simile, dal coraggio di guardare avanti con più forza di prima nonostante la paura. Lunedì a Lazise si sono intrecciate le testimonianze di Gessica Notaro, miss romagnola sfregiata al volto con l’acido dal suo ex fidanzato, e di Lidia Vivoli, che sei anni fa fu massacrata di botte e sforbiciate in tutto il corpo dal compagno. In una Dogana veneta gremita hanno raccontato la loro storia nell’ambito del convegno organizzato dall’Ordine degli avvocati di Verona e dal Comune di Lazise per parlare di violenza sulle donne, degli strumenti legislativi esistenti per combatterla (troppo spesso inefficaci) e di cosa si potrebbe fare per ridurre i numeri di un fenomeno «che non può essere definito emergenza, ma è strutturale», ha scandito la criminologa Roberta Bruzzone, volto noto della tv tra i relatori della serata assieme alla dottoressa Elvira Vitulli, sostituto procuratore a Verona, al colonnello Ettore Bramato, comandante provinciale dei carabinieri, agli avvocati Fiorenzo e Alberto Alessi, legali di Gessica Notaro, e all’investigatore privato Gianni Spoletti. Per Gessica e Lidia testimoniare la violenza di cui porteranno per sempre i segni è diventata una missione: girano scuole, tengono convegni, si battono per la prevenzione a tutti i livelli: educativo e di sensibilizzazione prima di tutto, ma anche non stancandosi di chiedere misure cautelari più incisive e soprattutto controllate una volta stabilite. Raccapricciante la sequenza di violenze subìte da Lidia nel bel mezzo della notte: percosse alla testa con una grande padella in ghisa, forbici usate come un pugnale e conficcatele nella schiena, nel coccige, nel ventre, pugni che le ruppero gli zigomi e unghie che le tagliarono la gola. «Non è vero che ti passa tutta la vita davanti: il mio cervello girava all’impazzata. Essendo assistente di volo cercavo di farmi il primo soccorso da sola, controllando pensiero, battito, respiro. Dopo venti minuti di violenze sono riuscita a stringergli l’attaccatura delle parti basse, lui si è fermato e ho cominciato a parlargli, era l’unica arma che avevo. Gli ho detto che non lo avrei denunciato». Dopo oltre tre ore di sequestro, lui tornò a casa come se nulla fosse successo, lei chiamò il 118 e la madre, fu portata in codice rosso all’ospedale. Storie di donne drammaticamente simili: il controllo ossessivo della loro vita, le minacce, nel caso di Lidia le mani che erano già state alzate contro di lei. «Se non torni con me mi tolgo la vita», ripeteva a Gessica il suo ex giocando sul dolore che l’aveva colpita, il suicidio del fratello, minaccia poi trasformata: «Se non torni con me ti rovino». «Tenevo il casco in macchina, lo indossavo nel tragitto verso casa», ha ricordato. L’aggressione avvenne nel gennaio 2017, dopo un periodo di apparente calma che l’aveva tranquillizzata. «L’avevo denunciato non so quante volte per stalking e anche i miei colleghi, aggrediti da lui. È stato ammonito dal questore, gli è stata imposta una distanza di 500 metri da me, ridotta a 50 perché abitava vicino a casa mia». L’ex compagno di Lidia ha patteggiato 4 anni e 6 mesi. «Ha aggredito il mio nuovo compagno, ha giurato che mi ucciderà. Oggi ho due gemelli di due anni: se lo farà, voglio che i miei figli sappiano che la loro mamma si è battuta». Lei, palermitana, lancia una stoccata alle istituzioni: «Ho chiesto di essere paragonata ai pentiti mafiosi, perché loro sono garantiti, io no. Le donne non denunciano perché hanno paura». Gli strumenti legislativi e cautelativi a disposizione «sono perfettibili ma soddisfacenti» ha detto Vitulli sottolineando la «crescente sensibilità del legislatore su questi reati sebbene manchi una riforma organica». In un sistema carcerario al collasso «la custodia cautelare in carcere è l’extrema ratio, applicabile solo se nessun’altra misura appare utile». L’avvocato Alberto Alessi ha suggerito come rendere incisive le misure cautelari: su tutte la necessità di estendere l’uso dei braccialetti elettronici a chi è sottoposto a divieto di avvicinamento alla persona offesa, limite di utilizzo determinato anche dai ridotti stanziamenti statali. •