Clochard bruciato nell’auto per il pm è omicidio volontario

L’auto carbonizzata a Santa Maria di Zevio in cui morì Ahmed Fdil «Gary» il 13 dicembre del 2017 Ahmed Fdil
L’auto carbonizzata a Santa Maria di Zevio in cui morì Ahmed Fdil «Gary» il 13 dicembre del 2017 Ahmed Fdil
Camilla Ferro 10.06.2018

Il 13 dicembre del 2017, giorno di Santa Lucia, il «gioco stupido». Il prossimo 11 dicembre, a un anno esatto da quel «maledetto scherzo finito male», il giudizio immediato - cioè senza il filtro dell’udienza preliminare - con la peggiore delle accuse: omicidio volontario in concorso aggravato dalla «minorata difesa» della vittima. Non va per niente bene per uno dei due ragazzini veronesi (il secondo, al momento dei fatti, era poco più che un bambino, 13 anni, e non è imputabile) ritenuto colpevole dalla Procura dei Minori di Venezia dell’uccisione di Ahmed Fdil detto «Gary», il senzatetto marocchino di 64 anni morto carbonizzato a Santa Maria di Zevio. Il pomeriggio di quel maledetto 13 dicembre, giornata di festa per i più piccoli, stava riposando nella sua macchina sgangherata, era la sua casa, aveva scelto di vivere così, senza possedere niente e senza chiedere nulla, si affidava alla carità della gente perché credeva che la gente fosse buona. E aveva ragione: nella piccola frazione tutti lo conoscevano e l’avevano in qualche modo adottato, lo chiamavano «Gary il buono» perché «lo era davvero, non dava fastidio a nessuno» - hanno raccontato dopo la tragedia - «era uno tranquillo, servizievole», «non voleva andare nei dormitori, voleva la sua libertà e si era organizzato per vivere così, sorrideva sempre». Al bar, accanto alla sua «casa mobile», gli offrivano ogni mattina la colazione, poi c’era chi gli allungava qualche vestito e chi, al supermercato, gli regalava un panino imbottito. Poteva andare avanti così ancora per tanto, Gary, solo che per la sua mitezza ad un certo punto è diventato la vittima ideale di un gruppetto di adolescenti turbolenti noti a Santa Maria per i guai combinati qua e là: avevano distrutto la bandiera appesa a scuola bruciando pure quella, avevano incendiato i cassonetti dell’immondizia, insomma, giovani annoiati che per divertirsi un po’ si trasformavano in teppistelli in cerca di emozioni. Il 13 dicembre dell’anno scorso i bulletti poco più che bambini, invece di stare a casa a godersi i dolci di Santa Lucia, avevano deciso di andare a tormentare Gary. L’avevano preso di mira e quello che doveva essere solo uno «scherzo», «volevamo spaventarlo e basta», «nessuno pensava che morisse» - così hanno sempre detto i due minori finiti sotto inchiesta - in realtà è diventato omicidio volontario. Il pm non ha creduto ad una parola del più grande, lo ha ascoltato ma non ha trovato nemmeno un elemento valido per prefigurare un reato più leggero e ha chiuso il fascicolo con una terribile certezza: voleva semplicemente ucciderlo, voleva che bruciasse e quindi va giudicato per omicidio volontario in concorso (con il baby-complice non imputabile per l’età) aggravato dal fatto che Ahmed Fdil non era in grado di difendersi. Come dire, ha sparato su un uomo disarmato, incapace per le sue condizioni psico-fisiche di salvarsi. E adesso per lui (difeso dall’avvocato Marzia Rossignoli) la situazione è la peggiore possibile: non è servito che abbia collaborato, che abbia avuto un atteggiamento positivo nella fase delle indagini, che abbia aiutato gli inquirenti a ricostruire quegli attimi tremendi, la sua versione non ha convinto la Procura che ha chiesto addirittura il processo immediato: la pubblica accusa non ha dubbi su come si siano svolti i fatti, le prove sono chiare e sufficienti, inutile perdere tempo. E così l’11 dicembre il ragazzo, nel frattempo diventato maggiorenne, dovrà affrontare la Corte d’Assise del tribunale dei minori di Venezia spiegando di nuovo al presidente e ai giudici popolari che non c’era la volontà di uccidere ma che è stata «solo una bravata dagli esiti imprevedibili». Ripeterà quello che, nell’ultimo anno, ha detto fino allo sfinimento e cioè che lui e «l’amico di scorribande» hanno buttato dentro all’auto di Gary dei fazzoletti di carta incendiati «per fargli uno scherzo, per spaventarlo», poi hanno visto le fiamme e hanno cercato di spegnerle, gli hanno anche parlato, era sveglio, doveva solo uscire dalla Fiat; convinti di aver sistemato tutto, capendo di averla fatta grossa, se la sono data a gambe levate solo che, da lontano, voltandosi, hanno visto che era scoppiato un incendio, che la macchina era diventata un rogo, rendendosi davvero conto solo in quel momento di non poter fare più nulla per Gary. La difesa ha sempre insistito su questo punto spiegando che la situazione è sfuggita di mano ai ragazzi e che quando hanno provato a porvi rimedio era troppo tardi: Gary è morto perché aveva una gamba incastrata, non ha avuto la forza di liberarsi e di uscire dall’abitacolo diventato un inferno di fuoco. E’ morto carbonizzato, conferma l’autopsia. L’avvocato Rossignoli non ha mai mistificato la realtà ribadendo che è deplorevole quanto fatto ma che non c’era la volontà di uccidere, non sapevano che dentro ci fosse tutto quel cartone che Gary usava per ripararsi mettendolo al posto dei finestrini, è stata una tragica coincidenza e il suo cliente deve pagare, certo, ma non perché è un assassino: va rieducato in comunità e dovrà affrontare un lungo periodo di riabilitazione lavorando sodo su sé stesso per diventare una persona comportamentalmente «sana» ma davvero, che i due abbiano giocato col fuoco per uccidere, quello no, non è andata così. Il pubblico ministero ha fatto un grande lavoro con le forze dell’ordine per ricostruire la vicenda nei dettagli, ha cercato appigli per non condannare il ragazzino alla pena prevista nel caso di condanna: dai 21 anni all’ergastolo. Ma non gli ha creduto, nemmeno le attenuanti gli ha concesso. E tra sei mesi, l’11 dicembre - «Santa Lucia» un anno dopo - partirà il processo. Non sarà una festa. •

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