Amadou, vita e morte
segnate dai «no»
«Verona s'interroghi»

A sinistra Amadou Camara. A destra il luogo in cui dormiva (foto Mozzo)
A sinistra Amadou Camara. A destra il luogo in cui dormiva (foto Mozzo)
Paolo Mozzo 17.02.2019

Amadou Camara aveva 24 anni. A luglio sarebbero stati 25. Una promessa sposa in Costa d’Avorio e un figlio, Omar, lasciato quando aveva otto mesi. Se n’era andato con la promessa di ritornare per aprire un negozio e vivere un’esistenza normale. Voleva una famiglia, con «altri figli maschie e due femmine», come raccontava agli amici della Ronda della Carità dal letto d’ospedale al Policlinico di Borgo Roma dove era ricoverato per la tubercolosi. Cinque ne voleva.

 

I volontari gli sono stati vicini, nell’ultima tappa di una «vita di rifiuti», come la descrive il presidente Antonio Aldrighetti. L’unico sogno realizzato di Amadou è in una frase confidata ai volontari: «Se Dio dice che rimanga in Italia, resterei qui fino alla morte». Purtroppo il suo sogno è stato esaudito: negata la protezione internazionale, non ammesso in una struttura di ricovero pubblica (aveva solo la fotocopia di un permesso di soggiorno scaduto, ndr) è tornato in strada, nel «buco» sottoscala, di fronte alla chiesa di San Zeno in Zai. Quando ha chiesto aiuto («Chiamate un’ambulanza, sto male») era già troppo tardi.

 

È sembrato rispondere alle cure, voleva riavere i suoi effetti personali e farsi una doccia. È morto alle 4,30 del 13 febbraio. «Ci hanno chiamati, quando siamo arrivati lui se n’era andato», racconta Alberto Sperotto, vicepresidente della Ronda della carità. «Gli stessi medici non si spiegano il perché, ma la vita di strada probabilmente aveva compromesso definitivamente le sue capacità di reazione alla malattia». «Resta da chiedersi come tutto questo possa accadere, perché un ragazzo possa morire così, nell’indifferenza di una città che, comunque, sa dare molto», dice Aldrighetti.

 

«Serve una rete estesa, fuori dalla burocrazia, che metta insieme istituzioni e volontariato. Nella società dell’opulenza non può essere che si lasci la vita in questo modo...». Amadou, nato in Guinea, aveva perso il padre nella guerra in Sierra Leone. A nove anni era orfano della madre. Aveva attraversato l’Africa, lavorato nelle miniere d’oro in Kenya («Dodici ore al giorno», raccontava) con altri bambini. Poi la fuga attraverso il deserto fino alla Libia. «Negli ultimi giorni ci aveva confidato di temere quella distesa di sabbia assai più del mare», spiega Sperotto. «Aveva visto cose orribili in quel viaggio, le onde del Mediterraneo non lo avrebbero comunque fermato. E anche questo dovrebbe fare riflettere su ciò che sta dietro alle storie dei tanti che cercano di approdare».

 

Papa Saccoh, amico di Amadou, ripercorre tra rabbia e tristezza gli ultimi giorni: «Ci eravamo sentiti, abbiamo recuperato le sue cose per portarle in ospedale, ci teneva... voleva farsi una doccia. Quando siamo arrivati in reparto una ragazza italiana ci ha detto che era morto... l’abbiamo saputo così». Gli amici intorno tengono lo sguardo basso, hanno alle spalle storie simili e solo un poco di fortuna in più. Le regole decidono.

 

«Fa male una morte così», commenta l’assessore ai Servizi sociali, Stefano Bertacco. «La rete esiste comunque e funziona. Ma lo spettro delle necessità è talmente ampio da non potere essere del tutto coperto. L’accoglienza in deroga è possibile e attuata, ma non si può andare oltre sul piano della possibilità di identificazione». «Se una soluzione può esistere, per i casi più complicati, deve passare per la via normativa. Ciò non toglie il dolore per una vita perduta. Da qualunque lato si guardi questa storia, che ha il nome di Amadou, è mortificante: evidenzia l’impossibilità di coprire del tutto le necessità di quanti si trovino in condizioni difficili».

 

«La nostra società, Verona, deve interrogarsi. Ci sono spazi inutilizzati e sono ampi, lasciati al degrado. Perché una città deve fare i conti con questi drammi?», dice Aldrighetti. «C’è molto di sbagliato», annuisce don Vincenzo Zambello. Nessuno riesce a vedere l’uscita da un «tunnel» che non è più emergenza ma condizione sociale strutturale. Il «decreto Sicurezza» complica le cose e molti temono sia «solo l’inizio». Amadou sognava di lasciare l’ospedale, la sua «ultima cella» come la descriveva agli amici. Era analfabeta ma parlava sei lingue, inglese francese e quattro idiomi africani. Sognava di avere cinque figli. «Non voleva disturbare, mai. Diceva di avere l’influenza, finché non è apparso chiaro quanto stesse male». Ha avuto accanto degli amici. Quando se n’è andato non era più solo in quel deserto che è più pauroso del Mediterraneo. • © RIPRODUZIONE RISERVATA