Pesava 42 chili Ma era scampato all’ecatombe

La tradotta in partenza da VeronaGiuseppe Alessandro Ferro: avrebbe compiuto 100 anni in novembre
La tradotta in partenza da VeronaGiuseppe Alessandro Ferro: avrebbe compiuto 100 anni in novembre
Giordano Padovani 02.09.2018

Se n’è andato una notte di agosto, in silenzio, alla casa di riposo del paese, dov’era ospite da qualche tempo. Aveva già cominciato il conteggio alla rovescia, stavolta, però, il traguardo non è stato raggiunto. Scampato miracolosamente alla campagna di Russia di 75 anni fa, Giuseppe Alessandro Ferro non ce l’ha fatta a raggiungere il secolo di vita, che avrebbe festeggiato (e che attendeva con orgoglio) il prossimo novembre. Nel bar della piazzetta dove si recava abitualmente, fino a qualche mese fa, per prendere il caffè, conversava con tutti, ricordando soprattutto la Nogara dei tempi andati, quando tutto aveva un sapore diverso. La facilità di comunicazione, oltre che dal suo carattere, probabilmente derivava dal mestiere che aveva svolto fino alla pensione: il messo comunale. Non era per il suo mestiere o per la veneranda età, comunque, che Ferro era molto popolare tra i nogaresi, anche tra i più giovani. La sua popolarità derivava dal fatto che era l’unico testimone, in paese e uno dei rari della provincia di Verona, di quella nefasta spedizione militare. Per questo motivo, su invito di insegnati e istituzioni, spesso incontrava giovani e studenti. Ne ha parlato anche in un film girato a Nogara anni fa, sulla storia novecentesca del paese. LA SUA ODISSEA iniziò il 17 luglio del 1941, quando, dalla stazione di Porta Vescovo, a Verona, partì la sua tradotta per la Russia, che fu una delle prime. Dopo tre giorni di viaggio e qualche breve sosta in stazioni austriache e rumene, il convoglio arrivò in Ucraina. Man mano che il treno penetrava nello sterminato territorio sovietico si cominciarono a vedere gli effetti della guerra: case, villaggi e città erano stati sventrati dai bombardamenti. Dopo alcune battaglie arrivò l’inverno, il terribile inverno russo. Nel frattempo, Ferro fu ferito a una gamba durante uno scontro con la cavalleria cosacca e, dopo essersi distinto in alcune azioni, ricevette dal comando tedesco un riconoscimento molto ambito negli ambienti militari: la croce di ferro. Poi arrivò il secondo inverno e l’offensiva dell’Armata Rossa cominciò a farsi sentire, fino all’ecatombe di Nikolajewka, nei pressi del fiume Don. Il reparto degli alpini di Ferro riuscì a uscire dalla sacca verso la fine di gennaio. Da quel momento iniziò la ritirata, insieme agli alleati tedeschi, rumeni e ungheresi, con temperature che oscillavano dai 20 ai 30 gradi sotto zero. OGNI TANTO l’artiglieria sovietica sparava qualche colpo: qualcuno veniva colpito, altri invece caddero prigionieri. In breve cominciarono a formarsi lunghe colonne di sbandati e la fila raggiunse i 40 chilometri di lunghezza. Nel freddo notturno, chi non riusciva a trovare un’isba (la tipica abitazione dei contadini ucraini), non avrebbe più rivisto l’alba. In questa occasione va ricordata la grande umanità dimostrata dai contadini ucraini, che si toglievano letteralmente il pane e le patate di bocca per darle agli italiani, visti dai locali con occhi benevoli, al contrario dei tedeschi. LA FILA si assottigliava sempre di più: chi si fermava per un attimo e si abbandonava sulla neve, era condannato a morte. Dopo 700 chilometri di marcia e l’arrivo a Gomel, in Bielorussia, i sopravvissuti poterono fare rientro in Italia con le tradotte, che cominciarono a partire da marzo. Ferro poté riabbracciare i propri cari il 9 maggio, dopo quasi due anni: pesava 42 chili e i suoi polmoni avevano accumulato nove litri di acqua. Appena ritornato a casa, fu assalito dai familiari degli altri nogaresi, che, come lui, erano partiti per il fronte russo. Subito si intuì la portata della tragedia: a parte due scampati ai campi di concentramento della Siberia che sarebbero ritornati a guerra finita e a pochi altri che ritornarono in quel maggio del 1943, in 32, tra caduti e dispersi, non riuscirono a rivedere mai più il loro paese. •