Coldiretti, Dolieri lascia la guida di 700 imprese

Armando Dolieri
Armando Dolieri
Paola Bosaro 30.11.2018

Cambio al vertice della Coldiretti di Cologna: Armando Dolieri, dopo 21 anni, fa le valigie e viene trasferito a Soave. Domani, la sede dell’associazione di categoria che riunisce 700 imprese agricole e fornisce assistenza come patronato a oltre 500 pensionati del settore primario, accoglierà il nuovo delegato di zona, Franco Moretto, proveniente da Zevio. Dolieri, 57 anni, di Illasi, sposato con due figlie, ha visto crescere l’ufficio di Cologna in questi anni in termini di servizi svolti e competenze. Inoltre, ha assistito ad importanti mutamenti nelle aziende agricole. «Quando sono arrivato nella Bassa avevamo la sede nell’allora palazzina del Consorzio agrario, in via Dante», ricorda il delegato dei Coltivatori diretti. «Erano anni in cui vi erano numerose aziende agricole guidate spesso da persone di mezza età o anziane, poco interessate a modernizzare tecniche e approccio al proprio lavoro. Oggi l’età media si è abbassata, tanto che quasi un terzo delle imprese che rappresentiamo ha alla guida una persona sotto i 35 anni». Le nuove leve in agricoltura «sono più disposte a frequentare corsi di formazione, ad investire per l’ammodernamento dell’azienda e delle macchine». Inoltre, incoraggiata da Coldiretti, si sta facendo strada la figura dell’imprenditore «che accorcia la filiera e riesce a vendere direttamente il proprio prodotto al consumatore, senza passare da mediatori o commercianti che spesso stritolano la redditività». Se prese singolarmente le imprese agricole del Colognese sono di tutto rispetto, la grande debolezza rimane l’incapacità di fare massa critica per valorizzare le produzioni. Mentre per il radicchio esiste il Consorzio di tutela per l’Igp, lo stesso non si può dire della patata dorata dell’Adige Guà, che non ha mai ottenuto una certificazione perché i produttori sono sempre stati divisi. Recentemente «la promozione della verza moretta è stata un’ottima occasione di crescita per le aziende di Veronella». Un altro dei limiti del Colognese è stata l’incapacità di attrarre una grossa industria agroalimentare che trasformasse i prodotti agricoli di punta dell’Adige Guà. Sulla zona del Colognese, purtroppo, incombono da decenni problematiche ambientali di difficile soluzione. «Grazie al Leb gli agricoltori hanno potuto irrigare i campi in tutti questi anni, ma sappiamo benissimo quali reflui vengano scaricati ogni giorno dal tubo collettore», osserva Dolieri. «Anche l’inquinamento da Pfas, venuto alla ribalta negli ultimi tempi, ha messo in allarme il comparto, in particolare gli allevamenti. Ricordo che nel comprensorio del Colognese sono censiti 70mila bovini e alcuni milioni di avicoli». Le ultime analisi dei pozzi privati delle aziende, in ogni caso, stanno dando risultati incoraggianti, viste le basse concentrazioni di Pfas. •