Il camion, il funerale, la pioggia: e Francesca diventò la «rossa volante»

Francesca Porcellato
Francesca Porcellato
Serena Marchi04.06.2018

Se non ci fossero stati un camion, un funerale e un temporale improvviso la storia di Francesca Porcellato sarebbe, forse, stata diversa.

La collezionista di medaglie olimpiche –unica al mondo ad averne conquistate ben tredici in quattro discipline differenti- ne è certa: «Sono convinta che tante cose siano scritte nel destino. Nella mia vita ha avuto un ruolo fondamentale. Io non mi sono mai chiesta perché l’incidente sia accaduto a me e non agli altri bambini che erano presenti quel giorno. È successo e basta. E sono stata fortunata, perché sono viva».

Aveva diciotto mesi, Francesca. Stava giocando con i fratelli e con altri amici nel cortile di casa. «Dal cancello entrò un camion con la cisterna della benzina, cercava il distributore dove doveva consegnare il gasolio. Mia madre e gli altri adulti gli diedero le informazioni. Il camionista aveva fretta, era agitato, probabilmente in ritardo. Ha dichiarato ai giudici che, uscendo dalla corte, mi ha scambiata per una bambola, non si era accorto fossi una bambina. E mi è venuto addosso…».

Nessuna lesione interna da comprometterle la vita. Ma Francesca perde l’uso delle gambe. «Dopo il ricovero in ospedale i miei genitori decisero di trasferirmi in un istituto a Roma. Fossi rimasta a Riese, a Treviso, avrei fatto riabilitazione poche ore la settimana. A Roma la facevo ogni giorno. È stata la mia fortuna. Ero piccolissima, la fisioterapia era fondamentale per recuperare».

Francesca rimane nella Capitale fino a cinque anni e mezzo. «Seppur fossi lontana dalla mia famiglia, me lo ricordo come un bel periodo», sorride Porcellato, «le suore e tutto il personale dell’istituto erano innamorati di me. Durante il fine settimana le infermiere facevano a gara per portarmi a casa loro, con le loro famiglie e mi mettevano addirittura a dormire in mezzo, nel lettone». A sei anni Francesca rientra in Veneto. «Tornata a casa ho scoperto la carrozzina. Fino ad allora avevo portato solo tutori. Quando mi sono seduta sopra ho provato una sensazione di libertà indescrivibile e, fin da subito, ho sognato di diventare un’atleta, avevo una voglia irrefrenabile di correre».

 

Nonostante la disabilità, Porcellato è un terremoto. «Sono nata con uno spiccato senso di autonomia. Sono la più piccola di quattro figli. Imitavo tutto quello che facevano. Mia mamma faceva fatica a tenermi ferma. Ero terribile. Io con la carrozzina ho sempre fatto tutto, da giocare a pallavolo a correre all’impazzata. A dieci anni ho chiesto a mio fratello Sergio di legare con una corda la mia carrozzina alla sua bici e di pedalare velocissimo. Dopo pochi metri sono caduta rovinosamente, dalla botta mi sono usciti i denti inferiori dal labbro superiore, porto ancora i segni ma è stato bellissimo». Il sogno di Francesca è correre. «Tornavo da scuola, facevo i compiti in fretta e poi via, fuori a spingere sulla carrozzina per andare il più veloce possibile. Sentivo che c’era la possibilità anche per me di diventare un’atleta ma non sapevo come. A quei tempi non c’era internet, non avevo idea di dove trovare una società per atleti disabili ma non mi sono mai arresa. Ho continuato ad allenarmi, come se sapessi che era solo una questione di tempo».

 

È alle superiori, però, che il destino le cambia di nuovo la vita. «Un pomeriggio andai a fare la spesa al mio paese. All’uscita passò davanti al negozio un’auto. A bordo, la nazionale italiana paralimpica di tennis tavolo. Erano appena stati al funerale di un atleta di basket. Si erano persi cercando l’autostrada. Mi hanno notata ma non si sono fermati. Vista l’ora, hanno deciso di fermarsi a mangiare alla pizzeria del mio paese. Vicino al loro tavolo sedevano delle mie amiche. Hanno scambiato quattro chiacchiere.

Le mie amiche, quando hanno scoperto che erano atleti sulla sedie a rotelle, hanno pensato subito a me “C’è una nostra amica che vorrebbe tanto fare atletica” e i ragazzi hanno subito risposto “Ha i capelli rossi per caso?”. Si ricordavano di me, fuori dal supermercato. Alle 23 si sono presentati tutti a casa mia, atleti e amiche. Lì ho avuto la conferma che sì, esistevano gli sport per disabili.

Il giorno dopo, a Cittadella, c’erano le qualificazioni per i campionati italiani di atletica. I ragazzi del tennis tavolo mi convinsero ad andare con loro e sono passati a prendermi. Ed è successo una cosa strana perché, dopo tanti anni in cui sognavo di correre, appena vidi le carrozzine da corsa cambiai idea. Non mi piacevano, erano troppo particolari, non ci volevo salire». Francesca però ha freddo, tanto freddo. Poco prima aveva piovuto e si era bagnata. «Un temporale improvviso mi trovò impreparata. Non avevo da ripararmi, avevo preso l’acqua e non sapevo più come riscaldarmi. Così decisi di provare quelle carrozzine soltanto per non congelarmi. Salii sopra, feci un giro di prova in pista e, improvvisamente, mi si aprì un mondo. Quelle carrozzine che non mi piacevano erano un vero portento. Alla fine del mio giro di prova mi fissavano tutti sbalorditi, nessuno credeva fosse la prima volta che correvo. Nessuno sapeva però che era una vita che io mi allenavo per essere pronta per quel momento. Avevo sedici anni. Quel giorno mi qualificai per gli italiani e, dopo quindici giorni, divenni campionessa italiana nei 100 metri». Tutto il resto, per la Rossa Volante, è ormai leggenda.

 

IL GRANDE AMORE CON DINO E IL FUTURO

«Sono ventisei anni che ogni anno diciamo “L’anno prossimo ci sposiamo” ma per un motivo o per l’altro non lo facciamo. Sarà che stiamo così bene assieme che non ne sentiamo la necessità».

A Francesca Porcellato, quando parla dell’uomo della sua vita, si illuminano gli occhi. Dino Farinazzo e la pluricampionessa paralimpica stanno assieme da decenni. «Lui ha vent’anni più di me», confessa Francesca, «era il mio tecnico della nazionale. Quando ci siamo conosciuti era sposato e io ero fidanzata con un altro ragazzo. Ed eccoci qua». Complice anche qui, secondo Francesca, il destino. «Quando ero giovane mia mamma Rita comprò un quadro raffigurante un principe con dei capelli rossi. Lo prese perché sembravo io da bambina. La sorella di Dino gliene regalò uno uguale identico. Non c’é niente da fare», ride Francesca, «ero scritta nel suo destino».

La campionessa oggi abita a Valeggio sul Mincio, paese d’origine di Farinazzo. E, in casa, fa tutto da sola. «Per le pulizie mi arrangio e l’unica cosa che non mi piace fare è togliere le ragnatele. Le odio». Amante dei libri «leggo in base all’umore, sono passata dai libri di carta all’ibook per questione di comodità perché, essendo molto spesso in viaggio, sono molto più facili da trasportare», il suo libro preferito è “I pilastri della terra” di Ken Follett. Porcellato adora guardare thriller e il suo film preferito è “Balla con i lupi”. Nel tempo libero «ne ho pochissimo» Francesca ama cucinare i risotti e tra i suoi cibi preferiti spicca la pizza. Sempre in giro per il mondo per allenarsi e gareggiare «quando faccio una gara cerco di avere addosso sempre qualcosa di azzurro», tra i suoi luoghi preferiti ci sono New York e la Nuova Zelanda: «La Grande Mela mi eccita, è un posto magnifico, mentre in Nuova Zelanda andrei a viverci. Passo l’inverno a Fuerteventura».

E se deve immaginarsi tra dieci anni, Francesca Porcellato sorride: «Ora come ora non riesco a vedermi. Sono molto soddisfatta dei risultati che ho ottenuto. Credo di aver raggiunto più di quanto sognassi. Io volevo solo correre veloce, e ci sono riuscita. È come se avessi scalato l’Everest con ai piedi le infradito. È vero, ci ho sempre creduto, anche nei momenti no. Non mi sono mai arresa e ho sempre pensato che sarebbero arrivati i momenti sì. Non mi sono mai scoraggiata, né spaventata. Se dovessi esprimere un desiderio mi piacerebbe che migliorassero le condizioni per i disabili e che lo sport paralimpico fosse valutato come sport, senza vedere la disabilità».

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