Cuore Laribi, l’Hellas è una missione

Karim Laribi alla presentazione di ieri alla stampa FOTOEXPRESSLaribi in azione a Moena nella gara giocata contro la Fiorentina FOTOEXPRESS
Karim Laribi alla presentazione di ieri alla stampa FOTOEXPRESSLaribi in azione a Moena nella gara giocata contro la Fiorentina FOTOEXPRESS
Simone Antolini 02.08.2018

Tra bugie e realtà. In gita scolastica per l’Inter. In viaggio verso l’Inghilterra alla ricerca di una chance per se stesso. Karim Laribi racconta il suo passato. «Ho provato rancore e rabbia per l’Inter. Giocando da terzino destro, nelle giovanili, ho segnato dodici reti. Mai preso in considerazione. I contratti li facevano a tutti. E allora quando mi chiamavano, per loro, ero in gita. Ogni settimana. Ho fatto una marea di provini in Inghilterra e alla fine è andato bene quello con il Fulham. Era andato molto bene anche con il Liverpool, ma volevano che andassi gratis e i miei genitori non potevano permetterselo». Figlio di una sarda e di un tunisino. «Mi porto dentro il mare di Sardegna e la cultura nordafricana. Ma il calcio è roba mia. Sono cresciuto sulla strada. E la strada è stata la mia maestra». Non solo quella però. C’è stato anche Zdenek Zeman. «Sì, il maestro. Lui è tutto. Mi ha insegnato a giocare a calcio, perché prima facevo altro. Mi ha insegnato l’attitudine a fare un gol più degli avversari. E a guardare avanti, mai indietro. Con lui è stato importante per me anche Di Francesco, che ha rubato molto idee a mister Zeman, ma è stato bravo ad accostarle ad una fase di non possesso che lo ha portato ad avere grandi successi, prima con il Sassuolo e adesso con la Roma». In casa Laribi l’altro calciatore è Omar. Più vecchio di Karim, che ha avuto meno successo. «Mio fratello è più intelligente calcisticamente e più bravo con i piedi. Ha sbagliato i tempi. Omar è un classe ’86. Quando è uscito lui dalla Primavera si andava in D o al massimo in C a fare gavetta. E c’era tutto da dimostrare. Invece, adesso, è diverso. Trovi soldi, vetrina, grandi valutazioni». I fratelli Laribi sono impegnati nel sociale. A San Donato Milanese, casa loro, si stanno impegnando a rimettere a nuovo un centro sportivo. «Manca ancora qualche firma. Dovremo iniziare i lavori ad ottobre, per aprire già a giugno il nostro camp estivo. Il sogno è ridare al calcio tutti quei bambini che non giocano più. Sono collegati alla play o stanno al telefono. Io non sono cresciuto così e non vorrei vedere i miei figli crescere in questo modo». Il calcio inglese l’ha cambiato. «La lontananza mi ha cambiato. A casa ne combinavo di tutti i colori. Mia madre (ride) mi ha quasi cacciato. Tante lacrime all’inizio. Ma poi, a 16 anni, ho imparato a vivere da solo. E ho avuto modo di apprezzare la cultura del lavoro degli inglesi. Per loro anche un allenamento vale l’impegno che si mette in partita». Il Verona? «Da tre anni ero accostato all’Hellas, poi non se n’era mai fatto nulla». E l’anno scorso, proprio contro il Cesena di Laribi al Manuzzi, i gialloblù di Pecchia si erano dovuti sudare la promozione in A. «Così dev’essere, questo è il nostro lavoro, non si fanno sconti a nessuno. Se io non riesco a dare il cento per cento in campo, poi alla notte avrei degli incubi». La missione rinascita «Abbiamo un gruppo nuovo, dobbiamo compattarci subito e partire forte. La piazza c’è, il Bentegodi è una bolgia. Ma il calcio non regala nulla. Devi confermarti. Il primo anno a Cesena eravamo partiti per fare grandi cose e ci siamo ritrovati a lottare per la salvezza». Proprio il Cesena non c’è più e il calcio italiano perde i pezzi. «È stata dura. A noi avevano promesso che se ci fossimo salvati sul campo non ci sarebbero stati problemi. E sentirsi presi in giro non è stato bello. Purtroppo adesso il calcio italiano non è per tutti. Bisognerebbe levare un po di squadre dalla B e dalla C e tutto verrebbe più bello e competitivo». •