Birsa, quanti ricordi con la Slovenia «Ma ora penserò solo al Chievo»

Valter birsa esulta rincorso da Ivan Radovanovic FOTOEXPRESSValter Birsa rincorre Federico Chiesa nel match di FirenzeLa Slovenia ha celebrato il suo campione FOTOEXPRESS
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Alessandro De Pietro 09.09.2018

Dodici anni in pochi attimi. Sufficienti per raccontare Valter Birsa lungo novanta presenze con la Slovenia. Fantasista anomalo perché essenziale. Concreto come un mediano, coi picchi dell’artista. Come quelle due sere scolpite per sempre nella sua memoria: lo spareggio vinto con la Russia e i Mondiali sei mesi dopo in Sudafrica. Un assist decisivo a Dedic nel catino di Maribor, poi a Johannesburg quel gol agli Stati Uniti che ha fatto sognare tutta la nazione. «Ai miei occhi di differenze non ce ne sono poi molte, a parte per quelli che giocano al fantacalcio. Per me un assist vale come un gol», l’esatta fotografia di Birsa, giovedì sera omaggiato a Lubiana dopo una vita al servizio della Slovenia, cominciata quando di anni ne aveva appena diciannove. Passando da quella sera del 18 novembre del 2009 a Maribor «con tutta la gente a saltare perché stavamo dominando la Russia e raggiungendo un grande obiettivo per una piccola nazione come la nostra». Terra di sportivi nati la Slovenia. Gente come lui. Muscolosa e di talento, predisposta non solo per il calcio. «Ho giocato tanto anche a basket, ma forse è andata meglio così», sorride Birsa, uomo di confine, la casa natia di San Pietro Vertoiba a mezzo chilometro dal confine italiano. STRADA MAESTRA. Sloveno fin da ragazzino lui, senza neanche il dubbio se scegliere l’Italia o rimanere dov’era. Rapito dalle varie nazionali, fino a coronare il sogno del Mondiale. A gustarsi ogni momento. «Tutto emozionante. Il conto alla rovescia, i grandi stadi, l’atmosfera. Eravamo dove ogni calciatore vorrebbe essere», il ricordo di Birsa, convocato la prima volta a 19 anni poco prima di andarsene al Sochaux e cominciare a camminar per conto suo partendo dalla Francia. Lui e Mateja, la sua ragazza diventata sua moglie e ora madre di tre bambini. «Era l’attimo giusto, questo, per dedicarmi solo al Chievo. Col tempo che passa è naturale voler sfruttare le soste, curare di più il proprio corpo, pensare ad ogni dettaglio», la ricetta di Birsa, concentrato adesso su Veronello dopo tante corse in giro per l’Europa. A cominciare dagli esordi al Sochaux «dove ebbi la fortuna di trovare un allenatore come Alain Perrin che mi diede subito fiducia nonostante fossi molto giovane e non conoscessi ancora la lingua». La prima scintilla di un grande cammino. «Anche Allegri al Milan è stato importante, così come Maran che forse mi ha messo nel posto più giusto permettendomi di diventare ancora più completo». Con l’Empoli di nuovo mezzapunta, là dove preferisce stare. «È la posizione in cui negli ultimi anni mi sono espresso meglio. Compresi i primi sei mesi al Milan, dove i trequartisti erano due dietro alla prima punta. Lì però ho trovato meccanismi già definiti», evidenzia Birsa, «adesso siamo davanti a un altro percorso. Bisogna lavorare ancora per trovare certi equilibri, dopo anni in cui sapevamo tutti cosa fare. Qualcosa ora stiamo cambiando, è normale che ci voglia un po’ di tempo». VECCHI RICORDI. La Slovenia è un po’ più lontana, ma certe pagine restano incancellabili. «Come quella volta a Wembley contro l’Inghilterra, in uno stadio perfetto per il calcio. O come l’ambiente che i nostri tifosi sapevano creare per certe partite in casa», altri fotogrammi consegnati da Birsa, inflessibile quando da piccolo ha capito che sarebbe diventato un calciatore professionista. «Avevo la testa dura, in testa c’ero solo io e il calcio. Guardavo sempre alla partita successiva», l’ultima istantanea di Birsa, «anche quando quella precedente era appena finita. Sarà per questo che non ho mai cercato l’avversario di prestigio per scambiare la maglietta con la sua. La mia valeva di più, almeno così pensavo io. Anche se adesso sono i miei figli a raccomandarmi di farlo tutte le domeniche. A Lubiana giovedì s’è chiusa una grande parentesi della mia vita. Senza rimpianti. Felice per tutto quello che ho vissuto con tanti compagni fedeli. Siamo sempre stati squadra, come lo è il Chievo». •

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