Parlare di musica
fa bene anche
alla cultura musicale

02.07.2018

I musicisti spesso si fanno belli di non parlare di musica, ma di farla. E sbagliano. Il fatto che se ne parli troppo poco fa sì che nelle Università italiane si studi solo il testo poetico del madrigale del Cinquecento, dimenticando il ruolo della musica che non ha un ruolo accessorio, ma lo illumina di significati imprevisti. Come non si può sapere cosa sia il Romanticimo senza inebriarsi della musica di questo periodo. Così nelle Università è obbligatoria botanica per riconoscere le piante nei quadri, ma è consentito non sapere cosa cantino gli angeli della Pala di San Zeno del Mantegna. Per parlare di musica occorre conoscerne il linguaggio, mentre l’alfabetizzazione musicale è prevista solo nei Conservatori, per chi desidera divenire strumentista. Che la musica sia tenuta alla larga dal dibattito contemporaneo sull’arte è colpa anche dei musicisti che si sgomentano ad occuparsi delle acquisizioni concettuali del nostro tempo. Come se parlare di strutturalismo, semiotica o filologia fosse condurre le amate note nel regno delle conoscenze astruse, dell’aria fritta. E invece la cultura modifica il pensiero sulla musica. L’opera italiana, per esempio, gode di autonomia estetica, da quando un modo nuovo di fare storia ne ha sancito la parità culturale con il teatro di Wagner. Ben venga la casa editrice Aldebaran di Brescia. Fra sue proposte: «L’elaborazione colta di canti popolari. Analisi musicale e simbolismo. Folk Sonsgs di Luciano Berio» di Luca Tessadrelli e «La forma sonata nel classicismo» di Marco Nodari.

Elena Biggi Parodi

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