Momix, la danza espressione
di un pensiero musicale

Elena Biggi Parodi06.08.2018

La presenza dei Momix a Verona, al Teatro Romano fino all’11 agosto, mi invita a riprendere il tema accennato per Roberto Bolle, circa il rapporto tra musica e danza. Ciascuno dei due linguaggi si esprime autonomamente, ma nessuno dei due ha un ruolo accessorio. Piuttosto concorre a precisare il significato dell’altro. Gli elementi costitutivi della musica, le melodie, i ritmi, i timbri e le strutture musicali che si presentano sono portatori di significati. Il nostro pensiero sulla musica oggi è assai cambiato rispetto a cinquanta anni fa. Umberto Eco ha dimostrato che fra tutti i sistemi di segni attraverso cui si esprime l’uomo la musica è quello più potente (Il codice del mondo). Non solo nella bocca che cerca di spiegare, ma negli occhi (e orecchi) che si incrociano troviamo la comunicazione. I movimenti della danza amplificano il senso di ogni frase musicale. Si tratta di un’operazione che necessita del ruolo attivo dello spettatore. Il coreografo realizza con il linguaggio della danza un pensiero che coglie nella musica. Ma per comprenderlo dobbiamo noi aver fatto esperienza dei gesti corrispondenti, che ciascuno sperimenta nella vita vera. Un ritmo ossessivo, ricordando le movenze convulse d’un burattino, può generare il comico. Una melodia solenne può evocare il pensiero del divino, un’ altra la tenerezza con cui la donna prende fra le braccia un figlio. I Momix con la loro espressione corporea eclettica, classica-contemporanea, sempre inclini alla sperimentazione, ci rapiscono con un’ironia surreale che si unisce alla poesia più delicata.