Patty Pravo, la voce nel cuore Il Teatro Romano ai suoi piedi

Pubblico in delirio per Patty Pravo ieri sera al Teatro Romano FOTO BRENZONI
Pubblico in delirio per Patty Pravo ieri sera al Teatro Romano FOTO BRENZONI
 
Paola Colaprisco 05.09.2018

Serata nostalgia al Teatro Romano, riempito quasi interamente da cinquanta/sessantenni scatenati come adolescenti. A dirigere ricordi, emozioni e perché no rimpianti, la “divina“ Patty Pravo, che ha scelto Verona per concludere il tour estivo – appendice di quello invernale, che l’ha portata a festeggiare il settantesimo compleanno alla Fenice di Venezia - e registrare un doppio Cd (con relativo Dvd) che dovrebbe uscire in autunno e di cui i lettori del nostro giornale possono avere una succosa anteprima, acquistando il cd allegato all’edizione odierna, prodotto da Azzurra Music. Con puntualità svizzera l’Orchestra dei Colli morenici diretta da Mauro Ottolini (in giacca e cravatta, al pari di tutti i musicisti, mentre le signore indossavano un abito lungo) si è presentata sul palco alle 21. Qualche minuto per accordare gli strumenti al buio e si parte: la ragazza del Piper, da dietro le quinte, recita la prima strofa di “Concerto per Patty“. Appare. Abito lungo scollato di vellutino nero, stivaletti grigi, capelli raccolti a crocchia, eterea, Patty Pravo si accomoda alla sinistra del maestro Ottolini, nascondendosi a chi è seduto alla sinistra del palco, quasi tutto occupato all’orchestra. Qualcuno protesta, Patty invita a accomodarsi altrove e a non rompere. Il maestro Ottolini ha scritto per questo lungo motivo (quasi dodici minuti) un arrangiamento arioso, che dà spazio ai violini e ai fiati. Patty segue i comandi del maestro, la voce è un po’ in altalena, ma prevale il mestiere. Piena di pathos la coda del brano, che riporta alla memoria le colonne sonore di Morricone. «Cosa darei per cancellare le cose del passato», sfuma Patty e il Teatro Romano si alza in piedi, tributando all’artista veneziana la prima di una lunga serie di standing ovation. «Se volete cantate con me», invita l’artista, intonando un classico di fine anni 70, “Tutt’al più“. Salta l’amplificazione, Patty continua imperterrita a cantare e il pubblico risponde con applausi di incoraggiamento. Da brividi la chiusura del pezzo, un assolo di tromba, che annuncia l’avvio dell’omaggio alla canzone francese. Il primo tributo è a Leo Ferrè, con “Piccino“, che Patty esegue biascicando le parole. La “erre“ si fa ancor più francese con “La canzone degli amanti“ e con “Non andare via“ del poeta Jacques Brel: l’orchestra riempie le pause, in salire, riecheggiando gli arrangiamenti tanto cari a Gorni Kramer. Patty si sposta negli Usa, con la versione italiana di “My Way“, quindi nuova sosta in Europa, nella Germania post bellica di Marlene Dietrich, di cui interpreta “Dove andranno i nostri fiori“, con supporto video. Pausa di cinque minuti, che diventano di fatto 25, cambio d’abito, di musicisti e di abbigliamento. La “divina“ si presenta con i capelli sciolti, in un completo di lamè e attacca con una rockeggiante “La bambola“. Ad accompagnarla la sua band: due chitarre, basso, tastiera, batteria, sax e due vocalist. La voce c’è, raramente Patty Pravo sconfina dallo spartito, ma se ne resta fissa davanti all’asta del microfono, al massimo agita le mani nervose o ancheggia, costretta com’è a non muoversi dal centro del palco per leggere i testi delle canzoni sul gobbo. Scambia qualche battuta con il pubblico, risponde lusingata ai complimenti, chiede il coro per “Se perdo te“, eseguita con un ritmo più lenta rispetto all’originale; a gentile richiesta esegue un brano non previsto in scaletta, “Orient express“; coinvolge l’intero teatro con “E dimmi che non vuoi morire“ e “Cieli immensi“ e chiude con “Pazza idea“, in tripudio. Lunga vita alla regina, ancora capace di provocare emozioni. •

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