Il viaggio e la meta che non c’è L’obiettivo? Dentro l’individuo

I sei ragazzi protagonisti del film «Una gita»
I sei ragazzi protagonisti del film «Una gita»
Vittorio Zambaldo 31.08.2018

Misterioso e allegorico «Kratki izlet» (Una breve gita) del trentacinquenne croato Igor Bezinović, sarà probabilmente candidato a un premio al Film Festival della Lessinia, arrivato con oggi alle ultime proiezioni. Del resto l’opera letteraria (tradotta anche in italiano dalle edizioni Hefti nel 1991) del poeta e scrittore croato Antun Šoljan, a cui si ispira e a cui il regista ha detto di essersi attenuto abbastanza fedelmente, non è un testo facile e si presta a diverse interpretazioni. La trama è elementare: un gruppo di sei giovani, quattro maschi e due ragazze, presenti a una festa concerto in Istria, sono convinti da un loro coetaneo a vistare per il giorno successivo gli affreschi medioevali di un vicino monastero. La gita, che sarebbe dovuta durare poco più di una visita turistica fuori porta, si trasforma per i sette in un cammino lunghissimo fra i boschi istriani quando il pullman si guasta e la comitiva sceglie di procedere a piedi, convinta che la meta sia a due passi. Il gruppo non pare avere particolari motivazioni per stare insieme se non questo inespresso desiderio di vedere i decantati affreschi. Procedono in ordine sparso senza mai un contatto fisico né un gesto d’affetto o solidale degli uni verso gli altri. Gli unici contatti che riscaldano sono un gruppo di tre donne in una borgata semideserta, una coppia di buoi al pascolo, un contadino che sbronza la comitiva nella sua cantina e un misterioso gruppo carnevalesco sul modello dei mamuthones sardi o dei rollate sappadini. Ogni componente del gruppo si allontana via via, scegliendo strade diverse che non porteranno alla meta finale, facendo capire che l’obiettivo non è il traguardo ma il viaggio in sé. Due quelli che arriveranno ai fantomatici affreschi ispirati al modello della “Danza macabra”, anch’essi destinati a sparire con il penultimo componente del gruppo, fino alla solitudine dell’ultimo viaggiatore che torna nel caos di una via cittadina. Allegoria della vita? Immagine dell’amicizia? Ritratto della condizione giovanile contemporanea? Il regista, nel lungo dialogo che ha avuto alla fine con gli spettatori, che hanno esaurito i posti disponibili del Teatro Vittoria, ha lasciato aperte tutte le interpretazioni, chiarendo che lui non ha pensato a nulla di tutto questo e non ha nemmeno l’ idea di che cosa possa voler dire la ricerca dell’immaginaria Gradina. •

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