Giovani ribelli alla ribalta Martone chiude la trilogia

Un’immagine tratta da «Capri Revolution» di Mario Martone, in concorso a VeneziaApplausi per Zhang Yimou al festival
Un’immagine tratta da «Capri Revolution» di Mario Martone, in concorso a VeneziaApplausi per Zhang Yimou al festival
Alessandro Comin 07.09.2018

Alessandro Comin VENEZIA Un’isola come metafora del mondo, in cui «l’unica via possibile è confrontarsi. Inutile chiuderlo con i muri e illudersi di tenere lontano l’altro, anche se è diverso, con odio e paura»: più esplicito di così, Mario Martone non poteva essere. Con «Capri revolution», terzo e ultimo film italiano in concorso a Venezia, il regista napoletano chiude idealmente una trilogia iniziata con il Risorgimento di «Noi credevamo» e proseguita con il ritratto di Leopardi de «Il giovane favoloso». La storia della “comune” libera e artistica realmente esistita a Capri dal 1900 al 1913 ha affascinato Martone, che però l’ha un po’ modificata (qui è centrale la danza e non la pittura) e spostata in avanti di qualche anno fino a farle toccare la Prima guerra mondiale. «Sono tutti e tre film di ribelli giovani», spiega il regista, «e in più “Il giovane favoloso” si chiudeva con “La ginestra”, lirica simbolica del rapporto tra progresso e natura che è al centro di “Capri revolution”. L’intento è raccontare sempre un’Italia che non è mai doma, che in qualche modo sente la spinta a rinnovarsi e a cambiare». Emblematico il personaggio di Lucia, la protagonista, che nasce pastorella analfabeta, si accosta alla comune istruendosi e finisce per decidere in prima persona del proprio futuro: «Non sa nulla e scopre tutto senza la paura dell’altro, ma al tempo stesso questo non le basta e dopo avere vissuto ideologie diverse conquista la sua strada. Nell’ultima inquadratura il suo sguardo punta avanti». Accanto alle vicende terrene nudità, balletti, sabba, amore libero, sconfinamenti nell’esoterico. «Capri revolution», che uscirà nelle sale sotto Natale, ha avuto una lunga lavorazione. «Quasi un film preliminare», continua Martone, «per il numero delle volte che ci siamo riuniti a prepararci prima di girare. Sono rimasto molto colpito appena sono venuto a conoscenza di questa vicenda, così anticipatrice degli anni Sessanta e Settanta. E mi è scattato automaticamente il corto circuito con gli anni Ottanta e la “Capri batterie” di Joseph Beuys, l’artista che collegò una lampadina a un limone. L’arte è un fatto politico, riguarda le relazioni con le persone: di qui la scelta della danza, veicolo di uno spirito collettivo fondamentale». Curioso che nella sua opera Martone riassuma molti dei temi delle altre in concorso: il ruolo dell’arte (von Donnesmarck), la danza (Suspiria), la Grande guerra che segna la fine di un mondo (Nemes), la centralità della donna (Cuaron). Una ricapitolazione non esente da punti deboli ma che testimonia il suo essere immerso nei flussi della contemporaneità pur narrando eventi del passato. La potenza d’affresco sta però tutta nell’altro film di giornata, fuori concorso, «Ombra» di Zhang Yimou. Che sorprende tutti, lui maestro del colore, attenuandolo al massimo e girando sui toni del bianco e del nero una storia di intrighi e battaglie incentrata su un sosia nella Cina del terzo secolo dopo Cristo. L’ispirazione e le scenografie si collegano alla tradizione del disegno a china del suo Paese e sottolineano anche cromaticamente la compenetrazione tra Yin e Yang che governa l’intera storia. «Cerco di interessare i giovani alle tradizioni», ha dichiarato Zhang Yimou, acclamato come sempre dal pubblico di Venezia. «Comprendere il nostro passato e restarvi legati è il modo per capire il presente e il futuro». •