Emma Dante
racconta Eracle
la follia dell'eroe

Una scena di «Eracle» nella regia di Emma Dante
Una scena di «Eracle» nella regia di Emma Dante
14.09.2018

Proposta dall’Istituto Nazionale del Dramma Antico diretto da Roberto Andò, stasera e domani alle 21 va in scena al Teatro Romano la tragedia Eracle di Euripide nella traduzione di Giorgio Ieranò con la regia di Emma Dante, spettacolo che il 10 maggio ha debuttato con successo al Teatro Greco di Siracusa dove è rimasto in scena fino al 23 giugno. Cala così il sipario sulla 70a edizione dell’Estate Teatrale Veronese iniziata il 31 maggio con il concerto di Noa nell’ambito di Rumors. Tutti gli eroi greci sono multiformi, ma Eracle lo è più di ogni altro. «Tentarne un’interpretazione precisa e completamente soddisfacente – scriveva anni fa Angelo Brelich – sarebbe probabilmente impresa disperata: nessun altro eroe greco unisce in sé così completamente, così esemplarmente tutti i caratteri eroici, nessun altro attraversa tutte le vicende possibili a un eroe; nessuno è più sovrumano e mostruoso di lui». Euripide ricava il suo dramma da questa congenita molteplicità di Eracle, un personaggio che campeggiava anche sulla scena comica, da Epicarmo ad Aristofane, con la sua ottusa brutalità e la sua proverbiale bulimia. Scritta e rappresentata intorno al 420 a.C., Eracle è una tragedia appassionante e struggente, ricca di inattesi colpi di scena e di intenso patetismo. È il dramma della follia, la follia che colpisce e trascina nella polvere l’eroe civilizzatore e benefattore dell’umanità per antonomasia qual è Eracle. Eracle è un eroe “positivo” in tutta la prima parte della tragedia, in cui salva in extremis la propria famiglia dalla strage macchinata da Lico, il tiranno usurpatore del trono di Tebe al quale riesce a tendere un agguato mortale. Nella seconda parte del dramma, però, proprio come Edipo, vede paradossalmente ribaltato il proprio destino personale e irreparabilmente “contaminato” il proprio statuto eroico a causa della sete di vendetta di Era, accecata da un’antica gelosia coniugale. La dea, avvalendosi della potenza obnubilante di Lyssa, lo induce a uccidere, in un raptus di follia, proprio la moglie e i figli da lui poco prima sottratti a morte sicura, dando vita a una delle rappresentazioni più lucide mai offerte dal teatro antico e moderno del delirio della mente umana. Precipitato nella più cupa disperazione per le proprie involontarie colpe, come Edipo riconoscerà nell’amicizia di Teseo – e dunque, fuor di metafora, in Atene – la luce della solidarietà e dell’accoglienza. Sul piano etico, poi, la moderna lezione è che non già il suicidio (al quale era approdato ad esempio Aiace, incapace di sostenere il peso della propria vergogna), bensì la virile sopportazione del dolore causato dalle proprie colpe contraddistingue la condotta di un eroe (e ovviamente di un tiranno) incorso nella sventura e costituisce la più degna conclusione della sua esistenza. Ed è così che l’antico eroe sovrumano “muore” per rinascere come uomo: riceve così, anziché dare, l’aiuto del prossimo che gli consente di sopportare le sofferenze dei comuni mortali. Tutto femminile (ad eccezione del corifeo e del coro) il cast nella regia di Emma Dante che rovescia così la regola del teatro antico che voleva solo uomini in scena.