Bollani, amore
brasileiro «Perfetto
per Verona Folk»

Stefano Bollani è nato a Milano nel 1972 e ha studiato a Firenze
Stefano Bollani è nato a Milano nel 1972 e ha studiato a Firenze
Beppe Montresor11.07.2018

Il bello con Stefano Bollani è che anche se l’hai appena ascoltato alle prese con le canzoni napoletane, in duo con Chick Corea o Martial Solal, non c'è mai il pericolo di concerti scontati. Stasera alle 21.30 è a Sommacampagna, a Villa Venier, per Verona Folk, dove presenta con il suo quintetto brasiliano il disco «Que Bom», uscito a maggio.

Bollani, ciò che fa è più assimilabile alla musica colta o a quella popolare?
Mai posto questo dilemma: faccio ciò che, in un certo momento, mi piace e m’incuriosisce. I musicisti che sono con me a Verona Folk sono tutti versati e interessati a espressioni popolari della musica brasiliana come forro e choro. Quindi ci sta benissimo, con questo repertorio, essere inseriti in un festival folk.

Cosa significa «Que Bom» e qual è l'elemento sempre presente nella musica brasiliana? Nel suo pianismo la componente ritmica è molto sviluppata...
Sì, il pianoforte è uno strumento percussivo. Avere accanto a me nel quintetto con cui faremo Que Bom (significa «che bello») altri due percussionisti, Antonio Marçao e Thiago da Serrinha, vuol dire trovarsi nella stessa famiglia. La musica brasiliana, poi, ha talmente tante diverse declinazioni che non saprei individuare una costante. Mi ci sono avvicinato con la bossa nova, poi ho scoperto i grandi cantautori, le grandi voci; adesso mi appassionano danze e ritmi popolari.

In un’intervista a Musica Jazz lei ha detto che non esiste un brand di jazz italiano. Cioè: se c’è Rava in Germania, chi va a vederlo ci va perché ama la musica di Rava, non perché è italiano. Non è che da noi, invece, ci sia un brand di musica brasiliana vincente?
No, confermo quanto detto per la musica italiana. Certo, se arriva un musicista come Caetano Veloso, ci va molta gente ad ascoltarlo, ma non è un discorso valido per chicchessia purché sia brasiliano.

Si sente più gratificato da una positiva risposta a un disco di piano solo inciso per l'etichetta ECM o dal pubblico che l’applaude entusiasta quando improvvisa o imita Paolo Conte?
Sono soddisfazioni di pari valore. Non saprei rinunciare alla condivisione e al contatto col pubblico, così come amo la dimensione solista e intima che mi può dare un lavoro con la label di Manfred Eicher.

In «Que bon» ci sono «La nebbia a Napoli» (cantata da Veloso) e «Criatura Dourada», caratterizzati da uno spirito estatico. Sono rivolti a una stessa persona?
Tutto l'album è dedicato alla mia compagna Valentina Cenni, «criatura dourada» che ha curato idea e supervisione di «Que Bom». Quei due brani sono particolarmente pervasi da lei.

Veloso è autore e voce del pezzo intitolato «Michelangelo Antonioni»: è una passione che lei condivide? I silenzi del regista de «L'eclisse» sembrano piuttosto lontani dalla sua facilità comunicativa...
Io sono un cinefilo ma - lo ammetto - Antonioni non è in cima alle mie preferenze. Invece Caetano lo aveva conosciuto personalmente ed è molto colpito da lui. Io semmai sono più un felliniano.

Ha detto di riuscire a impegnarsi con tanta disinvoltura in progetti così diversi adottando una tecnica Zen, cioè pensando esclusivamente all'impegno di quel momento, senza passare al passato o al futuro...
Sì, all’inizio avevo adottato questa tecnica per fini professionali. Poi ho visto che in molti casi funziona anche come comportamento di vita.

Per lei nella cultura non c’è nulla di sacro o intoccabile, vero?
Confermo. E naturalmente il discorso vale anche per quello che ho appena detto.

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