Web e promozione
per aumentare
la crescita in Cina

Operatori orientali durante una degustazione in una foto della passata edizione di Vinitaly
Operatori orientali durante una degustazione in una foto della passata edizione di Vinitaly (ORLANDIR)
09.04.2016

Simone Incontro

SHANGHAI

Comunicare ogni giorno il vino italiano e per venderlo sempre di più. Non è cambiata la formula di Vinitaly International in Cina dopo l’apertura di un ufficio di rappresentanza, prima con Ice e autonomo da due anni, nel nuovo corso tracciato da Stevie Kim, managing director di Vinitaly International. Social media come Wechat e Weibo, due showcase b2b, Chengdu e Hong Kong, e un b2c a Shanghai, la seconda edizione sarà dal 23 al 25 settembre, e Vinitaly International Academy, corso di certificazione lanciato a febbraio 2014, che esordirà in Cina, Canada e Usa.

Presenza quotidiana e costante dal 2013, per Veronafiere la Cina può diventare driver di crescita. Ne sono testimonianza i gruppi di buyer presenti quest’anno e i nomi di spicco dei candidati per l’Academy, da Ian Dai, tra i precursori dell’educazione al vino in Cina con I-Way; il più influente scrittore di vino in lingua cinese, il taiwanese Li Yusen e il professore Jincheng Zhan, decano di enologia e agronomia di Pechino, che a Vinitaly terrà la prima masterclass sui vini cinesi in Italia.

In contemporanea a Vinitaly, Wineinuniversity, imponente piattaforma di futuri enologi che raccoglie 28 atenei in 12 province cinesi, ha scelto l’Italia come primo Paese del programma internazionale. Ci sarà promozione con Vinitaly International e i principali importatori cinesi sia online (gruppi Wechat ad hoc, intervista all’italian wine expert cinese che parlerà di abbinamento vino Italiano e cibo cinese) sia offline (wine tasting).

Fin qui la promozione, ma è opportuno guardare i numeri del mercato del vino Italiano in Cina. L’export italiano in Cina, seppur in crescita, non ha espresso ancora le sue potenzialità. Secondo l’Istat, nel 2015 l’Italia ha esportato vino in Cina per un controvalore di 90 milioni di euro, +18% rispetto al 2014. In quantità, nel 2015 l’Italia ha esportato in Cina 27 milioni di litri di vino, 5,5%. I prezzi medi hanno registrato un aumento da 2,96 a circa 3,30 euro al litro. Tuttavia, l’attuale posizionamento del vino italiano in Cina, soprattutto per quote di mercato occupate, non è adeguato al ruolo enologico mondiale dell’Italia.

L’Italia è il quinto Paese esportatore in Cina, il secondo per i vini frizzanti, ma continua ad arrancare nella classifica generale dopo Francia, Australia, Cile e Spagna.

La Cina è un continente. Le differenze tra le province sono molto accentuate. Come ricorda il professor Li Demei non esiste un palato ma vi sono più palati cinesi. Consumo e modalità in Cina sono diverse dall’Occidente. Gli abbinamenti con il cibo come sono intesi in Europa non valgono in Cina dove è forte la barriera linguistica.

Il mercato continua a essere imprevedibile, immenso e complesso. Nonostante questo, la Cina è il quinto consumatore di vino al mondo e da qui passerà il futuro del vino. Dove devono guardare i produttori italiani? Le città costiere rimangono il traino. Le cosiddette «città di prima fascia», Shanghai, Beijing, Guanghzou e Shenzhen, dettano i trend. Stanno aumentando influenza e consumi nelle città di seconda e terza fascia, su tutte Chengdu, Wuhan, Shenyang, Chongqing e Hangzhou, Nanjing e Xiamen. Un altro aspetto importante è il carattere urbano della nuova Cina. Secondo i dati della Mapping China’s Middle Class di Mckinsey, nel 2022 avremo quasi 226 milioni di cinesi in questa categoria che vivranno in zone urbane (erano 44 milioni nel 2012). Tradotto in termini di capacità di spesa, avremo 226 milioni di consumatori con una capacità di spesa annuale superiore a 106mila renminbi (quasi 15mila euro). Non è difficile immaginare che parte di questa spesa potrà essere destinata all’acquisto di vino.