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Sanguineti, avanguardia fino al suo ultimo articolo

Edoardo Sanguineti, morto a 79 anni, nello stesso giorno in cui usciva il suo ultimo articolo, sulla comicità
Edoardo Sanguineti, morto a 79 anni, nello stesso giorno in cui usciva il suo ultimo articolo, sulla comicità (Benini)
Giulio Galetto19.05.2010

Mezzo secolo fa (nel 1961) si definivano i Novissimi (nell'ironicamente doppio significato di più recenti, ma anche di ultimi, quelli dopo i quali non ce ne saranno altri) e subito dopo fondavano il Gruppo 63: c'erano — sotto l'ala protettiva come sotto un marchio di qualità del maestro Luciano Anceschi — Umberto Eco, Guido e Angelo Guglielmi, Alberto Arbasino, Nanni Balesrini, Elio Pagliarani, Renato Barilli... E c'era lui, Edoardo Sanguineti, capofila nell'oltranza del segno avanguardistico, anzi — come bisogna dire, per distinguere questa avanguardia da quella primo novecentesca — neoavanguardistico.
DISTINTIVO L'avrebbe mantenuto sempre, questo distintivo della non acquiescenza alla tradizione, agli atteggiamenti e alle posizioni prevedibili; l'avrebbe mantenuto anche nell'evoluzione, nelle trasformazioni importanti che certamente segnano, nel tempo lungo della sua attività, la sua opera così consistente nella quantità e così varia nei generi che ha toccato: dalla poesia alla prosa narrativa, dalla critica letteraria militante ai saggi di storia letteraria, al giornalismo.
VISIONE Forse è per questo irrinunciabile gusto della visione mai appagata in ciò che pare troppo tranquillamente tradizionale che non abbiamo mai cessato di considerarlo un giovane poeta, un giovane critico. eccetera. Fino all'ultimo articolo di giornale, uscito proprio nel giorno della morte: un pezzo sui meccanismi della comicità, occasionato dall'imminente apertura nella sua Genova del primo Festival del Comico. Sanguineti va a nozze parlando di un campione della trasgressività come Rabelais e noi lettori ridiamo con lui e pensiamo a come è bravo questo giovanotto. E invece poco dopo veniamo informati che Sanguineti se n'è improvvisamente andato e ci viene ricordato che la sua classe è il 1930, che a fine anno avrebbe compiuto ottant'anni.
Certo il Gruppo 63 è lontano, le intemperanze di chi snobbava noie moraviane, gattopardi tomasidilampeduseschi, finzicontini e cuori aridi di Liala-Bassani e di Liala-Cassola ora significano poco. Sanguineti sentiva l'urgenza di negare più che di affermare; e negare quel mondo in crisi che la narrativa aveva narrato con le parole della comunicabilità significava negare proprio la comunicabilità della parola, trasformare la parola in balbettio, nel sarcasmo di una voce il cui suono non corrisponde a nessun significato.
Così avveniva in titoli di poesia che oggi sarà certo difficile leggere o rileggere (da Laborintus del 1956 a una raccolta riassuntiva della fine degli anni Ottanta come Bisbidis) o in romanzi come Capriccio italiano del 1963.
Tuttavia resta come un momento che non si può ignorare nel percorso letterario novecentesco quel gusto, sperimentato da Sanguineti nella fase centrale della sua ricerca espressiva, della scrittura intesa come diario o catalogo della banalità quotidiana fissata in un registro ironico e parodico capace di evocare atmosfere e reazioni critiche non insignificanti.
Ora non si tratta, naturalmente, di stabilire, con avventata improvvisazione, ciò che è vivo e ciò che è morto nella sua opera; ci pare però che la figura di intellettuale di Sanguineti, sia per le istanze teoriche che ha posto in relazione alla letteratura del secondo Novecento, sia soprattutto per la sua lunga e originale attività di storico e critico della letteratura, prevalga sulla sostanza della sua scrittura creativa.
POLEMICA Per esempio: se, fra le tante antologie della poesia novecentesca, si guarda quella approntata da Sanguineti (Poesia del Novecento, 1969), si colgono, insieme con l'impianto vistosamente polemico nelle esclusioni e nelle presenze, spunti critici senz'altro di originalità non peregrina, per esempio nella lettura di Pascoli. E così certamente anche nei saggi Tra liberty e crepuscolarismo del 1961 e Guido Gozzano del 1966. Come anche nell'attenzione più volte rivolta alla Divina Commedia, con illuminanti osservazioni sul realismo di Dante.
Di Sanguineti restano sicuramente l'intelligenza e la capacità di discernimento critico con cui ha saputo muoversi nel mare magnum dell'uso, da parte di molti facile e semplicistico, che nel Novecento si è fatto della psicanalisi e del marxismo.