Mastromarino: Scarpia, un ruolo più attuale che mai

Il baritono pisano Alberto Mastromarino
Il baritono pisano Alberto Mastromarino (benini)
Gianni Villani22.08.2009

Alberto Mastromarino è sempre disponibile quando viene contattato dalla Fondazione Arena sia per una parte non scopertamente impegnativa sul piano vocale, come quella di Amonasro di Aida, sia per una più insidiosa come quella di Scarpia in Tosca, nella quale debutta questa sera (alle 21, sul podio Piergiorgio Morandi). Il baritono pisano si è dunque mostrato pronto ai nastri di partenza anche quest'anno.
Professionalmente quali dei due personaggi predilige?
Sicuramente Scarpia. A prescindere dal fatto che è il personaggio, assieme a Jago e Simon Boccanegra, che tutti i baritoni vogliono fare, è quanto di più attuale esista. Pensiamo solo al fatto che egli accetta, falsamente, di liberare Cavaradossi per ottenere in cambio un favore sessuale.
E come difficoltà interpretative?
Sono diverse. In Amonasro, seppur limitatamente, ci si deve confrontare con la linea musicale verdiana che è sempre presente. Basti solo ricordare la frase rivolta ad Aida: "Pensa che un popolo". In Scarpia l'attenzione maggiore è alla parola e alla scrittura dell'autore. Si pensi alla nota "del conte Palmieri".
Dopo Verdi torniamo a Puccini: quali doti sono necessarie per cantarlo?
Il gusto per la pronuncia della parola, che ha la priorità assoluta, poi una notevole energia nel sapere usare il declamato che molti confondono con l' "urlato". Sono due cose profondamente diverse, che fanno la differenza. E se oggi credo di essere il baritono, di questa generazione, ad avere così tanti Scarpia nella sommatoria delle recite, una ragione pur ci sarà…
Quali altri ruoli verdiani vorrebbe incontrare? Magari Jago dell'«Otello»?
Ho gia cantato Otello e ora vorrei riprenderlo. Se Scarpia alla fine è un uomo, Jago è l'incarnazione del male. E per una persona positiva come me, Jago aveva bisogna di una ulteriore maturazione.
Non ha mai pensato ad una carriera in chiave belcantista ?
No, almeno da quando qualcuno nel mondo ha deciso che i baritoni, che non siano tenori "secondi", non possono fare il belcanto. Eppure devo dire che in opere come Lucia di Lamermoor raggiungo risultati niente male.
Dovendo comunque scegliere tra un ruolo pucciniano o verista, cosa preferirebbe?
A parte Scarpia, dal quale non intendo separarmi, aspetto vivamente Jack Rance della Fanciulla del West. Ma non posso non essere grato a Tonio dei Pagliacci, con il quale mi sono esibito nei i maggiori teatri del mondo. Non ultimo, lo scorso febbraio, il Metropolitan di New York, dove pare abbia lasciato un bel ricordo. Al punto da essere stato reinvitato nel 2012
Quali insegnanti deve ringraziare per la sua preparazione tecnica?
Non posso dimenticare il grande Paolo Silveri: un maestro di tutto, di canto e di vita.
C'è qualche direttore o regista che ha lasciato un segno in lei?
Senza voler far torto a nessuno dei viventi, mi permetto di ricordare due maestri straordinari, che non ci sono più e ai quali l'opera italiana non ha forse tributato quello che meritavano: mi riferisco a Maurizio Rinaldi e Massimo De Bernart. Del primo, ricordo la facilità con cui si muoveva dirigendo Verdi, quasi si trovasse nel suo ambiente naturale. Del secondo, invece, la vocazione novecentista talmente profonda da permettere di dire che le sue edizioni di Cavalleria rusticana rimarranno, credo molto a lungo, difficilmente raggiungibili.