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«IL LAVORO NON SI CREA PER LEGGE»

Carlo Cottarelli , 64 anni, dirige l’Osservatorio dei conti pubblici La copertina del libro
Carlo Cottarelli , 64 anni, dirige l’Osservatorio dei conti pubblici La copertina del libro
Chiara Roverotto 15.08.2018

La politica ti «stronca». A modo suo. Quattro giorni. Per pensare, programmare, avere dubbi. Su di sé. Sugli altri. Appuntamenti da prendere, mantenere, perdere. Carlo Cottarelli, classe 1954 - attuale presidente dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano, economista, master alla London School of Economics dove ha conosciuto la futura moglie Miria Pigato, e autore del libro «I sette peccati capitali dell’economia italiana», edito da Feltrinelli (pp. 174, 15 euro), definito Mister spending review, ha lavorato al Fondo Monetario Internazionale, tifoso dell’Inter, è stato, nel maggio scorso, un involontario protagonista della politica nazionale. Chiamato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella per formare un Governo tecnico (era nella sua casa di Cremona e si stava guardando una puntata della famosa serie televisiva Breaking Bad, che ora ha concluso) dopo qualche giorno ha lasciato il passo all’esecutivo in carica. Rimpianti? Direi di no. Quando sono arrivato a Roma era iniziata la campagna contro l’euro, lo spread era ai massimi storici e avrei avuto un governo tecnico senza fiducia che poteva compiere solo atti di ordinaria amministrazione, non poteva certo gestire la crisi. Il decreto dignità è diventato legge: la relazione tecnica del Ministero è stata chiara riguardo agli effetti sull’occupazione, che cosa ne pensa? Ci sono alcune parti valide, quelle riferite alla lotta alla ludopatia. Ridurre il numero dei contratti temporanei è importante, ma il modo per farlo dovrebbe essere quello di far crescere e dare stabilità all’economia. Se metto limiti nei contratti a breve termine faccio sparire posti di lavoro. Il nuovo decreto non cambia radicalmente l’impianto del Jobs act, ma la sostanza rimane sempre la stessa, creare posti di lavoro permanenti richiede un’economia che cresce di più. Al contrario il Governo tende a pensare che il sistema produttivo possa crescere di più indebitandosi maggiormente. I posti di lavoro non si creano per legge, con l’intervento dello Stato che risolve ogni problema, ma sia la Lega sia i Cinque Stelle hanno una componente statalista. Gli industriali del Nordest si sono detti nettamente contrari al decreto. Certo, se il primo segnale di cambiamento nasce da questo provvedimento che cosa seguirà? È normale preoccuparsi. Il lavoro precario può essere ridotto solo attraverso un aumento della crescita che, invece, è ancora debole. Crede che l’opinione pubblica sia informata correttamente? L’Osservatorio sui conti pubblici è nato proprio con questo scopo, cercare di fornire informazioni in maniera trasparente, rigorosa e apolitica. Inevitabilmente un ente che svolge un’azione di questo tipo tende sempre a criticare chi è al governo. Era più semplice durante la campagna elettorale perché l’Osservatorio criticava tutti, adesso si tende a mettere sotto la lente le espressioni chi sta al potere, ma sempre con rigore e correttezza. In questi giorni si parla molto di grandi opere: Tav, Tap, il vicepremier Di Maio ha detto che non ha senso discutere di alta velocità, quando al Sud anche solo le strade di cemento sono un lusso. Dove sta la verità? Innanzitutto per valutare se le grandi opere servono, ci vogliono analisi su costi e benefici ma è necessario tenere conto anche di altri fattori: l’impatto sociale, ambientale. Purtroppo in Italia tutto questo non è mai stato fatto in maniera rigorosa e ora introdurre criteri di analisi e di trasparenza è positivo. Non sono contrario alle grandi opere, anzi servono, ma è indispensabile ascoltare anche gli esperti del settore. Infatti ho l’impressione che spesso le grandi infrastrutture vengano decise più per motivi politici e di immagine che per questioni strategiche. Personalmente mi fido di Marco Ponti, incaricato dal ministero dei Trasporti per approfondire quanto fatto finora, il quale ha sostenuto più volte che il traffico ferroviario tra Lione e Torino non giustifica l’opera. Non dico che abbia ragione o torto. Occorrono indagini rigorose e trasparenti che devono tener conto degli investimenti che sono già stati fatti su quel tratto. In generale ritengo che il punto fondamentale sia quello di valutare in maniera trasparente, poi bisogna tener conto che l’alta velocità è una delle cose migliori che abbiamo in Italia, ma ci sono anche le linee minori che hanno molte criticità. Il primo capitolo del suo libro è dedicato al problema dell’evasione fiscale, sarebbe stato un punto di partenza anche per lei, se fosse stato alla guida del Paese? È uno dei sette peccati capitali. La lotta all’evasione è fondamentale, purtroppo siamo esposti perché il nostro tessuto economico è costituito da piccole imprese e lavoratori autonomi. In tutti i Paesi questi ultimi evadono di più perché non hanno una ritenuta alla fonte. Abbiamo maggiori rischi, ma abbiamo fatto anche cose sbagliate: il continuo ricorso ai condoni per esempio, ci danneggia. Il Governo Renzi aveva alzato il tetto dell’uso del contante da mille a tremila euro e questo è stato un errore. Adesso Salvini pare abbia sostenuto, ma non so se sia nel contratto di governo, di togliere il tetto all’uso del contante, anche questo è sbagliato. E sulla flat tax ? Si può essere d’accordo o meno sugli effetti di redistribuzione del reddito, che comunque si sposterebbe verso i ceti più ricchi, e questa personalmente non mi sembra una grande idea. Resta il problema di come reperire finanziamenti certi e non di limitarsi a sperare che l’aliquota venga compensata da una minore evasione e da un’esplosione dei consumi e del Pil. Come scommessa mi sembra rischiosa, sempre che non venga accompagnata da una semplificazione del sistema. Nel capitolo conclusivo del suo libro afferma come sia necessario pensare ad una profonda trasformazione culturale per supportare un cambiamento economico di cui il paese ha bisogno. Occorre ripensare alla scuola, ad altre riforme? Partire dalla scuola e dalla famiglia, ma anche la responsabilità individuale è importante. Si dice sempre che lo Stato deve cambiare, ma è indispensabile anche un impegno individuale nell’educazione dei figli e dei nostri nipoti, servono insegnamenti corretti. Esempi? Se non si rispettano le regole del vivere civile l’ascensore sociale funziona poco, il che porta le persone a credere che non hanno la possibilità di migliorare nella loro vita. In sostanza se nascono povere restano povere. Se le regole dell’economia funzionano in questo modo non si rispettano e quindi l’ascensore sociale funziona poco. Soluzioni? Bisogna partire dalla scuola e dare a tutti un’educazione tale da poter consentire a chi si impegna di progredire nella vita, indipendentemente dallo stato sociale. E il problema inizia dalle scuole elementari, medie e superiori. Professore, il Pil continua a preoccupare? Cresciamo troppo poco e per invertire la tendenza dovremo risolvere quei peccati di cui parlo nel libro: evasione fiscale, corruzione, burocrazia, la lentezza della giustizia, crollo demografico, divario tra Nord e Sud, difficoltà a convivere con l’euro. La burocrazia è un peso per le imprese italiane e uccide la competitività, rende più difficile fare investimenti e se diminuiscono si investe di meno. Se chiediamo alle imprese perché non investono in Italia al primo posto rispondono per il livello della tassazione e subito dopo per la burocrazia e la lentezza della giustizia. La tassazione si riduce evitando gli sprechi della spesa. Ma farli in deficit, a mio avviso, non è credibile soprattutto per un Paese che ha un debito elevato come il nostro. Sui migranti che cosa dice? Penso che un’immigrazione regolare, fatta di uomini e donne con un permesso per entrare in Italia sia necessaria, anzi ne abbiamo bisogno perché certi lavori gli italiani non li vogliono fare, e poi la nostra popolazione è in calo. Però deve essere regolare, le frontiere esistono ancora, mentre quello accaduto negli ultimi anni ci fa pensare che non ci siano più e che l’immigrazione irregolare possa andare bene. Purtroppo non è così. Resto a favore dello jus soli e sulla scorta di quanto accaduto in questi giorni il caporalato non va tollerato, sono aspetti incresciosi per un Paese civile. Pietro Gobetti che cita nel libro sostiene che la ricetta del cambiamento sta in noi. «Certo, mi sono convinto che non possiamo prendercela solo con i politici. Alla fine i politici li eleggiamo noi. Il cambiamento parte a livello individuale e come Osservatorio cerchiamo di portare avanti quest’idea. Vado in televisione faccio il predicatore, cerco di fornire informazioni corrette che si dovrebbero trasformare in elementi concreti sui quali giudicare. Anche questa è una ricetta». • © RIPRODUZIONE RISERVATA