Il Paradiso come misura della libertà dal peccato

Dante Alighieri, la statua guarda i palazzi degli Scaligeri
Dante Alighieri, la statua guarda i palazzi degli Scaligeri
F.Sag.22.06.2018

Se vi fossero ancora dubbi su Verona capitale italiana della cultura 2021, potremmo chiedere lumi a Dante Alighieri, che del senso più profondo della Divina Commedia fece depositario un cittadino scaligero, Cangrande della Scala, sotto la cui Signoria il poeta fiorentino trascorse parte del suo esilio in riva all’Adige (1312- 1318). Un lascito culturale di sommo valore quello consegnatogli dall’ospite esule nell’Epistola XIII, dove Dante rivela al Signore di Verona la chiave di lettura della Comedia, dedicandogli la terza Cantica, e tramandando ai contemporanei un commentario del Paradiso. Perché «solo chi ne ha diretta esperienza può parlarne in termini così puntuali», ha spiegato il professor Stefano Quaglia all’incontro della Società Dante Alighieri, Comitato di Verona, presieduto da Maria Maddalena Buoninconti, alla Curia vescovile, argomentando la paternità dantesca, tutt’ora discussa, della lettera. «Da leggersi più come una riflessione poetica che filosofica», precisa l’umanista. A una prima parte, scritta in un linguaggio raffinato, elogiativo del proprio interlocutore, «segue una stesura più grossolana, giustificata da un’operazione di ars poetica», una trattazione tecnica dell’opera. Dove, ad esempio, si spiega perché si chiama «comedia» e non tragedia, «dove viene rivelata la su natura polisemica, dotata di più significati, come la Bibbia». Oltre al senso letterale, adatto alla generalità dei lettori, tra le righe del poema dantesco palpita una semantica allegorica, rivolta a quanti intendono approfondire l’opera. «Dante lo spiega riportando un episodio biblico: l’esodo di Israele dall’Egitto, nel cui racconto letterale è sotteso il significato teologico della redenzione umana per mezzo di Cristo». E se leggessimo la Divina Commedia, «questo gigantesco affresco dell’aldilà», tutta d’un fiato, «percepiremmo un’esperienza umana totalizzante, da cui possiamo dedurre che quello di Dante non fu solo un itinerario mentale», ha ribadito Quaglia. Concorde il vescovo Giuseppe Zenti: «Nella bellezza dell’essere rapiti da Dio descritta nella terza Cantica leggiamo un’esperienza concreta del Paradiso preceduta da peccato e purificazione. Dante scrive che ogni uomo sarà ciò che il proprio libero arbitrio deciderà di essere oggi, sulla terra». •