ADRIANA, MUSA DI HEMINGWAY

Stefano Vicentini 14.06.2018

Quella utilizzata da Andrea di Robilant per scrivere Autunno a Venezia. Hemingway e l’ultima musa dev’essere stata una materia scomoda. Non tanto perchè il giornalista-storico romano l’ha reperita tra lettere e diari dimenticati alla J.F.Kennedy Library di Boston e alla University of Texas ad Austin, quanto per il preciso motivo che ha setacciato scritti a dir poco caustici sul romanziere americano, relativi a due legami amorosi vissuti in parallelo, con la quarta moglie Mary Welsh e la fresca amante Adriana Ivancich. Il saggio narrativo edito da Corbaccio (266 pagine, 19.90 euro) si legge d’un fiato nei primi capitoli, che raccontano il soggiorno dei coniugi Hemingway nel 1948 in varie città del nord Italia, paparazzati come vip dalla stampa. Lo scrittore è seguito da Di Robilant nel pubblico e nel privato: nelle laute mense delle famiglie Einaudi e Mondadori, dove è adulato e conclude affari sui diritti dei romanzi a suon di dollari (complici Natalia Ginzburg e Fernanda Pivano); o in sortite avventurose, come una capatina alla finale di Miss Italia a Stresa (dove sponsorizza una bionda diciottenne di Bologna, ma con un colpo di scena); o nelle frequentazioni della Laguna per battute di caccia o dell’Harry’s Bar di Venezia del patron Cipriani. Così tra gli italiani ebbe la nomea dell’esperto di belle donne e incommensurabili bevute. La visita più importante, da lui fortemente voluta, fu però a Fossalta di Piave al fronte dov’era stato soldato a 18 anni -seriamente ferito- nella Grande Guerra: ci dà la misura di cosa rappresentasse l’Italia per lui ossia, oltre ad una terra da ammirare per bellezza turistica, un luogo di memorie amare ma anche di nostalgia degli amici. Pur leggenda vivente grazie ai romanzi Addio alle armi e Per chi suona la campana, Hemingway veniva da dieci anni di silenzio: nel ‘48 tornò la voglia di scrivere con Di là dal fiume e tra gli alberi, libro osteggiato dalla critica ma da difendere come soliloquio-confessione in un paesaggio incantato dell’anima. Forse la vena creativa era massimizzata, ma nell’amata terra veneta a 50 anni l’autore non si sentiva finito. Avvampava in lui persino un fuoco sentimentale del tutto inaspettato. Malgrado la moglie interpretasse quel soggiorno come occasione per rivitalizzare un matrimonio stanco per la routine, il consorte seguì la voce dell’istinto. Un incontro casuale lo portò ad innamorarsi di Adriana Ivancich, 18enne disinibita proveniente da una famiglia slava che aveva fatto fortuna nella cantieristica navale veneziana. Orfana del padre, la ragazza subì la contrarietà della madre per il fatto di avvicinare un uomo maturo e sposato, ma per l’insistenza delle avances cedette infine ad un corteggiamento sostenuto da generosi regali: insomma era onorata del ruolo di musa letteraria del mitico scrittore. Mary dovette incassare lo smacco, costretta a leggere e ad accettare le recenti composizioni del marito, dove appariva sempre la figura dell’amante. In cuor suo sperava che il rientro in America avrebbe raffreddato tale bollore. Ma Hemingway sembrava un D’Annunzio innamorato: e pensare che riteneva il dandy un raffinato scrittore ma un pessimo uomo nel rapporto con le donne! Ora toccava a lui fare il macho, alla faccia della moglie. I coniugi rientrarono alla loro tenuta di Cuba portando con sé colori, sapori e profumi della magica Venezia, “absolutely goddamned wonderful”. Ernest conservò pure il profumo ammaliante della ragazza, che presto riebbe tra le braccia. • © RIPRODUZIONE RISERVATA