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Viva dopo il volo
in parete. «Ora so:
i miracoli esistono»

Giuliana Steccanella e la parete dalla quale è caduta
Giuliana Steccanella e la parete dalla quale è caduta
Paolo Mozzo (INVIATO AD ARCO DI TRENTO)12.11.2017

Una frazione, infinita, forse di un solo secondo. Le mani cercano la corda, per scaricarvi il peso dopo lo spavento. Ma non c’è sostegno, un sasso l’ha tranciata. C’è solo il volo indietro, verso il vuoto. È il primo atto «di un miracolo» in corso d’opera.

«Ricordo di avere sbarrato gli occhi guardando lo spezzone che stringevo. Ho pensato “è finita“. Poi la mia mente ha cancellato... mi sono ritrovata su un cespuglio sospeso sul nulla, quasi del tutto spezzato dal mio peso. Cercavo con gli occhi un ramo dall’aspetto solido ma non c’era».

Giuliana Steccanella, scalatrice veronese d’alto livello e addetta alle vendite nel negozio Sportler di Affi, si sta riprendendo in una struttura ospedaliera specializzata ad Arco di Trento. È salva dopo un volo pauroso in parete, sulla via «Cromosomi Corsari» alla Pedra Longa in Sardegna, nel territorio di Baunei (175 metri di sviluppo, classificata 6b+). Un incidente che doveva avere, secondo la ragione e i fatti, un solo esito.

«Ho capito nei primi secondi che i miei compagni mi pensavano morta, in fondo alla parete, in mare».

Lei era invece diversi metri sotto, appesa al nulla, gravemente ferita ma viva. Almeno due impatti contro la roccia («Il caschetto però è intatto... mi hanno detto», spiega), danni a due vertebre, una spalla ancora malconcia e settimane di dolori, che solo ora regrediscono.

«Pazienza, ce ne vuole tanta», ammette. «Ma essere qui è un miracolo, di quelli veri. Adesso so che esistono». Dietro gli occhi azzurri e un mezzo sorriso c’è scritta la voglia di rimettere le mani sugli appigli. Giuliana quel giorno scala da terza di cordata «perchè quella salita volevo godermela un po’ in relax». Davanti a lei un amico guida alpina di Bergamo e come «primo» Sergio Coltri, compagno di vita e nome noto, per il ricco «curriculum», nell’ambiente alpinistico veronese.

Una «via» non semplice «Cromosomi Corsari», aperta da Maurizio Oviglia, scopritore di buona parte delle salite su roccia in Sardegna. «L’avevamo studiata l’anno prima, non mi convinceva del tutto», confida Giuliana, «ma alla fine mi sono decisa a provarla. La scalata era andata bene fino a quel momento, ci stavamo divertendo...».

 

Cos’è successo all’ultimo «tiro»?

«Sergio stava faticando su quel passaggio, ci aveva avvertiti di non spostarci a sinistra perché la roccia appariva friabile. Poi è arrivato a una sosta. L’amico davanti a me si è mosso per superare il tratto ed è allora che è venuto giù un grosso masso. Ho sentito da sopra urlare “Sassi...», mi sono incollata alla roccia mentre il pietrisco della scarica mi sfiorava il volto. Ho sentito il sangue da alcune ferite».

 

Poi è accaduto qualcosa di imprevedibile... 

«Forse le vibrazioni del primo distacco ne hanno innescato un secondo, un masso che sembrava un armadio e pareva diretto verso di me... non mi ha colpito. Ho cercato la corda per tirare il fiato dopo la paura, ma non c’era più. Sono andata giù...»

 

Come hai reagito nell’attimo subito dopo il «volo»?

«Ero su quel cespuglio, completamente devastato. Ho provato a muovere piedi e mani per essere certa di non avere danni irrimediabili... Sentivo Sergio urlare “Stai ferma, non muoverti...“. Cercavo un appiglio ma non c’era. Poi lui si è calato in corda doppia e mi ha assicurata alla parete. È stato il mio angelo, non solo perché è il mio compagno ma perché ha mantenuto nonostante tutto il sangue freddo, mi ha costretta a parlare, ha fatto tutte le mosse giuste che servono nell’emergenza. Forse c’erano un bel po’ di angeli quel giorno, su quella parete... Vedevo la gente sotto, nel parcheggio che urlava e chiamava con i cellulari. Serviva un elicottero, il recupero partendo dalla base del pinnacolo era improponibile».

La squadra del Soccorso Alpino locale intanto sale dalla via normale, per dare aiuto in caso di necessità ai compagni di scalata di Giuliana. Passa un’ora, quella più lunga. Sergio parla continuamente, cerca di aiutare Giuliana a resistere allo shock, a non perdere i sensi. Arriva l’elicottero dei Vigili del Fuoco, due soccorritori si calano con il verricello, recuperano la ferita, assicurando il cavo direttamente all’imbragatura da scalata.

 

Quale immagine ti è rimasta di quei minuti?

«So di avere abbracciato uno degli uomini che stavano agganciati con me al verricello: il mio peso mi stava sbilanciando all’esterno. Non ero su una barella ma appesa alla mia “mezza imbragatura“: temevo che i danni peggiorassero. Poi sono stata adagiata sul pianale dell’elicottero, ero in salvo... Ripensando a quei momenti ora sono convinta della necessità di dare anche in Sardegna, ormai una terra consacrata da tempo alle scalate soprattutto in alcune zone, più potenziale e mezzi ai soccorritori»

 

Eppure il Soccorso Alpino continua a intervenire per casi di assoluta sottovalutazione quando non di vera e propria imprudenza...

«La fatalità nell’alpinismo è sempre presente, non ci puoi fare nulla, se non sperare nella fortuna o nel miracolo. Una condizione ben diversa però da quella dei tanti che vanno con i sandali sui sentieri delle Dolomiti o senza attrezzatura sui ghiacciai. Non serve vestirsi con la “firma“ ma avere la dotazione necessaria, oltre alla consapevolezza di muoversi in un ambiente in cui il margine di rischio esiste sempre e comunque. Ripeto, basta la sfortuna per trovarsi nei guai... e non sempre ci sono angeli nei paraggi».

 

La storia di Giuliana ha un lieto fine.

«Ho sentito vicini tutti i miei amici, riuscirò prima o poi a ringraziarli uno per uno, quando starò bene. Sono stati un’“overdose“ di forza». Davanti c’è un lungo recupero, un’altra parete da scalare. Sergio, il compagno di vita, intanto ha fatto di più, come sempre: una nuova «via» aperta sulle falesie di Brentino Belluno ora è dedicata a Giuliana. Con un nome di battesimo che vale un programma: «L’Aldilà può Attendere».

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